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Artrite reumatoide

Artrite reumatoide: come affrontarla

 Per alcune malattie come l’artrite reumatoide, la conoscenza dei sintomi, delle opportunità per limitare i danni e delle cure migliori rappresenta una parte fondamentale della terapia.

Avete sempre dolore ai piedi o alle mani? Avete i polsi gonfi, arrossati e doloranti? Al mattino vi sentite rigidi e indolenziti? Anche i gesti più semplici, come vestirsi, sono imprese quasi impossibili perché sembra che le mani non vogliano aiutarvi a farlo?

Forse è meglio fare al più presto gli accertamenti perché potrebbe trattarsi di una malattia reumatologica. Una di queste malattie è l’artrite reumatoide, in questo caso la diagnosi precoce è parte fondamentale della cura perché bisogna intervenire prima che il danno sia irreversibile e le articolazioni non riescano più a muoversi.

Infatti, è accertato che, se si individua subito la malattia e si inizia tempestivamente la terapia con farmaci efficaci, si è in grado di mitigare il quadro clinico e di rallentare la progressione. Pertanto, riconoscere immediatamente che si tratta di artrite reumatoide, permette di sapere come intervenire.

Cos’è l’artrite reumatoide?

L’artrite reumatoide è una malattia reumatologica infiammatoria cronica e progressiva a carico soprattutto delle articolazioni anche se si può avere interessamento di altri apparati. Ha una frequenza pari allo 0,5/1%. Colpisce soprattutto il sesso femminile di età compresa tra i quaranta e i cinquant’anni, pur essendo possibile una forma di artrite reumatoide senile, giovanile e persino infantile.

La causa dell’artrite reumatoide è sconosciuta, esiste certamente una predisposizione familiare evidenziata dalla frequenza elevata di artrite reumatoide in fratelli gemelli (frequenza sei volte superiore). Per capire quale sia il danno che si verifica in corso di artrite reumatoide, vediamo come sono fatte le articolazioni e come la malattia agisce su di loro (patogenesi).

Artrite reumatoide: patogenesi

Le articolazioni sono strutture anatomiche che tengono unite due ossa adiacenti e permettono il movimento reciproco. Ciascuna articolazione è costituita da:

  • capsula articolare: ingloba le estremità delle due ossa;
  • membrana sinoviale: riveste internamente la capsula articolare, è riccamente vascolarizzata e produce il liquido sinoviale che lubrifica le superfici articolari;
  • cartilagine articolare: riveste le superfici ossee.

Nell’artrite reumatoide si attiva un processo infiammatorio a carico delle strutture anatomiche dell’articolazione. La causa che innesta questo meccanismo è sconosciuta, tuttavia l’organismo comincia a produrre degli anticorpi contro strutture del proprio corpo (autoanticorpi), che nell’artrite reumatoide sono i componenti delle articolazioni, non riconoscendoli come propri.

Questi autoanticorpi attivano un vero e proprio processo infiammatorio con produzione di citochine e conseguente infiammazione della capsula sinoviale (sinovite). Si forma un tessuto particolare (panno sinoviale) che erode la cartilagine e l’osso sottostante provando deformità nelle ossa e impossibilità ad articolarsi tra di loro, quindi a svolgere la funzione articolare.

Come si manifesta il danno articolare nell’artrite reumatoide?

L’artrite reumatoide insorge solitamente in maniera subdola e lenta, solo raramente ha un esordio acuto. I sintomi sono prevalentemente a carico delle articolazioni, sono presenti al mattino, durano per alcune ore ma tendono a migliorare nel corso della giornata.

Questi episodi possono manifestarsi per alcuni giorni e poi risolversi completamente, salvo ripresentarsi a distanza di giorni o settimane a carico di altre articolazioni. Il paziente pertanto vive periodi in cui sono presenti disturbi importanti e invalidanti, alternati a giorni di relativo benessere.

Sono colpite tutte le articolazioni mobili:

  • piccole articolazioni delle mani (eccetto le interfalangee distali): sono le più colpite;
  • piccole articolazioni dei piedi;
  • polsi;
  • gomiti;
  • spalle;
  • anche;
  • ginocchia;
  • caviglie.

Risulta meno frequente l’interessamento dell’articolazione temporo-mandibolare, quando colpisce la colonna vertebrale può esserci interessamento del midollo spinale. La localizzazione è sempre bilaterale e simmetrica (caratteristica identificativa della malattia), le articolazioni vengono colpite in maniera centripeta (dalla periferia verso il centro del corpo), e si ha, nell’evoluzione della malattia, un interessamento aggiuntivo delle sedi interessate.

Le articolazioni appaiono arrossate, dolenti, calde, gonfie. È presente impotenza funzionale dovuta in fase iniziale all’infiammazione, nelle fasi avanzate non si riesce a muovere l’articolazione per la deformazione e l’anchilosi. Alcune deformazioni, per fortuna ormai sempre più rare, conferiscono agli arti delle forme particolari: a colpo di vento le mani, a gobba di dromedario le dita.

L’artrite reumatoide può avere localizzazioni extra-articolari a carico delle sierose (pericardio e pleura) e della cute (noduli reumatoidi). Può associarsi all’artrite reumatoide la sindrome di Sjogren. L’artrite reumatoide presenta un miglioramento del quadro clinico durante la gravidanza.

Sintomi simili a quelli dell’artrite reumatoide possono essere presenti anche in altre malattie reumatiche o nell’artrosi. Tuttavia, poiché è importante giungere in tempi stretti alla diagnosi di artrite reumatoide, sintomi sospetti devono indurre nel più breve tempo possibile a sottoporsi a degli accertamenti per fare diagnosi di artrite reumatoide.

Artrite reumatoide: diagnosi

La diagnosi precoce dell’artrite reumatoide, entro i due anni dall’inizio dei sintomi, risulta essere un fattore fondamentale nella prognosi della malattia, ma sarebbe auspicabile riuscire a fare diagnosi entro sei mesi dall’inizio dei sintomi. I segni clinici che devono far sospettare un’artrite reumatoide sono i segni di infiammazione a carico delle articolazioni (articolazioni gonfie, arrossate, calde e dolenti) in almeno tre sedi tra cui le mani.

Gli esami ematochimici costituiscono un supporto al sospetto diagnostico, vengono prescritti:

  • indici di infiammazione: velocità di eritrosedimentazione (VES), proteina C-reattiva (PCR), elettroforesi sieroproteica, esame emocromocitometrico. Sono esami non specifici dell’artrite reumatoide ma importanti sia in fase pre-diagnostica sia per monitorare l’evoluzione della malattia e quindi l’efficacia della terapia;
  • fattore reumatoide: è presente nell’80% dei pazienti;
  • anticorpi anticitrullina (anti-CCP): specificità del 98% per l’artrite reumatoide.

L’ecografia delle articolazioni interessate dal processo infiammatorio è un esame strumentale utile in quanto permette di evidenziare i segni dell’infiammazione a carico delle strutture articolari e il possibile versamento articolare.

La radiografia delle articolazioni non aggiunge elementi importanti nelle fasi iniziali della malattia in quanto non si sono ancora determinate le erosioni ossee e le deformazioni delle articolazioni tipiche della fase avanzata della malattia. Alla diagnosi segue la presa in carico del paziente affetto da artrite reumatoide e l’inizio della terapia.

Artrite reumatoide: terapia

La terapia dell’artrite reumatoide deve essere iniziata in più presto possibile. Viene definita “finestra di opportunità” il periodo (circa dodici settimane) entro cui si dovrebbe iniziare la terapia per avere una prognosi migliore a breve, medio e lungo termine.

La terapia dell’artrite reumatoide, che prevede un approccio multidisciplinare a cui partecipano il reumatologo, il medico di base, il fisiatra, l’ortopedico e lo psicologo, si prefigge lo scopo di:

  • ridurre il dolore e l’infiammazione;
  • rallentare la progressione della malattia quindi il danno articolare;
  • migliorare la capacità articolare.

Per raggiungere questi obiettivi si avvale di un trattamento non farmacologico e di terapie mediche:

1) terapia farmacologica:

  • farmaci antireumatici
  • antidolorifici: antinfiammatori non steroidei
  • farmaci biologici: vengono prescritti in casi selezionati.

I farmaci possono essere interrotti, su indicazione medica, nei casi di remissione della malattia: assenza di segni di danno articolare e indici di infiammazione negativi da almeno due mesi.

2) terapia non farmacologica:

  • modificare lo stile di vita: è consigliato sempre un periodo di riposo dopo le attività quotidiane. Durante la fase attiva della malattia è meglio prolungare i periodi di riposo;
  • svolgere un’attività fisica con regolarità per mantenere il trofismo muscolare, la funzionalità articolare e il peso corporeo;
  • una dieta varia ed equilibrata

3) riabilitazione: deve effettuarsi lontano dal momento di acuzie della malattia:

  • fisioterapia
  • kinesiterapia: mobilizzazione attiva e passiva delle articolazioni.

4) economia articolare: è una procedura che permette di proteggere le articolazioni. Si insegna al paziente affetto da artrite reumatoide una serie di posture corrette o di atteggiamenti che risparmiano l’attività articolare. Per fare ciò è necessario:

  • adattare l’ambiente casalingo e lavorativo al paziente;
  • far uso di ausili per svolgere alcune attività (aprire una porta, svitare un tappo);
  • utilizzo di ortesi per una corretta postura dell’articolazione sia a riposo che in movimento (splint statico e splint dinamico);
  • rieducazione gestuale per limitare la fatica giornaliera delle articolazioni.

5) terapia chirurgica: trova indicazione nei casi in cui i farmaci non riescano a ridurre la sintomatologia dolorosa e sia presente una notevole limitazione funzionale. Si deve tener conto dello stato di salute generale del paziente. Vengono eseguite artroprotesi e sinoviectomie.

L’artrite reumatoide è una malattia cronica evolutiva e conoscerne le caratteristiche offre un valido supporto per sapere, nel momento in cui viene diagnosticata, come affrontarla

 

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Sollevare e muovere l’anziano

La capacità di spostarsi autonomamente garantisce al malato l’opportunità di fare esercizio, rimanere in forma e mantenere un certo grado di indipendenza. Passeggiare e svolgere una qualsiasi attività fisica migliora la circolazione e promuove un senso generale di benessere.

La ginnastica, inoltre, aiuta a contrastare l’irrigidimento delle articolazioni, la diminuzione delle masse muscolari e la decalcificazione ossea. Può accadere che il malato non sia interessato a muoversi e che quando gli suggeriamo di fare qualcosa abbia difficoltà a capire. A rendere difficoltoso il movimento possono poi contribuire vari problemi fisici. Tuttavia, con la perseveranza e l’incoraggiamento possiamo riuscire a mantenerlo attivo e più indipendente. Anche l’assistenza potrebbe diventare meno faticosa e meno impegnativa a livello emotivo.

 

Quando l’anziano non è motivato a muoversi o trova difficile alzarsi dalla sedia, può essere necessario incoraggiarlo e aiutarlo. Talvolta può aver bisogno di incoraggiamento anche per portare a termine un’azione già iniziata. È utile stimolarlo ogni tanto con frasi del genere: “Molto bene, adesso attaccati alla maniglia” oppure: “Ce l’hai quasi fatta, coraggio!”. Se trova difficile camminare o compiere una determinata azione, possiamo cercare di scomporla in movimenti più semplici. Questo richiederà più tempo, ma dovremo evitare di fargli premura.

Non deve sorprendere il fatto che alcuni di essi non collaborino quando si cerca di farli camminare. È possibile che non capiscano le nostre intenzioni o che non amino essere trattati come un oggetto. Se ci avviciniamo in modo calmo, rilassato, sorridendo e gli spieghiamo lentamente ciò che pensiamo di fare, con ogni probabilità lo troveremo più collaborativo.

Anche se non comprende quello che gli stiamo dicendo, il tono della nostra voce e l’espressione del volto gli sembreranno rassicuranti. Si può anche cercare di spiegargli ciò che intendiamo in modo diverso, ad esempio mimando l’azione o guidando con delicatezza i suoi movimenti. Talvolta semplicemente è possibile che non si senta di alzarsi: allora è preferibile lasciarlo stare per un po’ e riprovare più tardi. Aiutare ad alzarsi qualcuno che non vuole farlo diventa un compito inutilmente arduo e faticoso.

Per far ciò necessario sincerarsi che il pavimento non sia scivoloso, non ci siano per terra tappetini flosci, fili elettrici o altro; che non ci siano in giro mobili traballanti o oggetti che possano ostacolare il movimento o causare incidenti. Gli anziani tendono ad essere malfermi sulle gambe e talvolta hanno problemi di vista. Bisogna assicurarsi che né noi né lui abbiamo ai piedi scarpe che scivolano.

Corrimano o maniglie di sostegno su entrambi i lati delle scale e in alcune stanze (ad esempio nel bagno e accanto al water) sono certamente utili. Anche il girello può essere di aiuto. È bene, se possibile, modificare i mobili in modo che non creino problemi: ad esempio aumentare l’altezza della sedia e della testata del letto, rialzare la seduta del water.

 

Non bisogna mai cercare di trasportare una persona da soli, perché potremmo danneggiare seriamente noi stessi e lui. Anche sorreggere qualcuno che è molto pesante e non collabora può essere rischioso, se non si usa la massima attenzione.

Ecco perché è importante chiedere consiglio ad un fisioterapista o ad altro professionista sul modo più sicuro di sollevare e sorreggere una persona. Le seguenti indicazioni possono essere utili, ma è bene assicurarsi che ci sia sempre qualcuno che ci possa aiutare.

Posizioniamoci a gambe leggermente divaricate e con i piedi saldamente piantati per terra. Pieghiamoci sulle ginocchia e sulle anche. Cerchiamo di stare molto vicino alla persona e spieghiamole che cosa deve fare. Dobbiamo agire sempre lentamente e non sollevarla finché non siamo perfettamente a posto.

Per non danneggiare la colonna vertebrale, dobbiamo cercare di evitare movimenti di torsione, modificando eventualmente la posizione dei mobili o procedendo per gradi.

Non dobbiamo mai tirare per le braccia l’altra persona, poiché potremmo danneggiarle le spalle.

  • Infine, accertiamoci in anticipo che lo spazio circostante sia sufficiente e che non vi siano ostacoli sul percorso. Se in qualsiasi momento ci accorgiamo che lo sforzo è eccessivo dobbiamo fermarci e chiedere aiuto.

Aiutare una persona ad alzarsi dalla sedia:

È più difficile sollevarsi da una sedia bassa. Se la sedia è troppo bassa per l’anziano, può essere utile mettervi sopra un cuscino. Una sedia con solidi braccioli lo aiuterà a far da solo più a lungo.

Per prima cosa, dobbiamo invitare il malato a tirarsi avanti, verso il bordo della sedia. Deve tenere i piedi fermi a terra, uniti e leggermente indietro. Se può collaborare, possiamo aiutarlo in questo modo: mettiamoci a lato della sedia e afferriamogli la mano dalla nostra parte, palmo contro palmo; con l’altra mano prendiamolo saldamente sotto l’ascella opposta. Ora possiamo reggerlo mentre si alza.

Se invece non è in grado di collaborare, è meglio che ci mettiamo di fronte a lui, gli facciamo posare le braccia sulle nostre spalle (non attorno al collo) e appoggiamo le nostre mani sul suo dorso, all’altezza della vita. Le nostre ginocchia devono essere contro le sue e i nostri piedi bloccare i suoi. Se sentiamo che lo sforzo è eccessivo, è meglio non proseguire. La cosa migliore in tal caso è di lasciare seduto e cercare un aiuto.

Aiutare una persona a scendere dal letto:

Aiutiamolo a spostarsi verso il bordo del letto, dalla parte dove siamo noi. Facciamogli sollevare le gambe e facciamogliele spostare fuori dal letto, fino a che si metta seduto con i piedi appoggiati saldamente a terra. Procediamo poi come per aiutarlo ad alzarsi dalla sedia.

 

Aiutare una persona ad alzarsi da terra

Se invece si trova a terra in seguito a una caduta, accertiamoci anzitutto che non si sia fatto male. Se pensiamo che sia ferito, dobbiamo cercare di metterlo comodo e poi cercare aiuto.

Se non è ferito possiamo aiutarlo ad alzarsi in questo modo: mettiamogli accanto una sedia robusta; aiutiamolo a inginocchiarsi e a mettere una mano sulla sedia, appoggiandosi ad essa. Ora con una mano afferriamo la sua e con l’altra prendiamolo sotto il braccio vicino al tronco; poi incoraggiamolo a fare pressione con la mano che tiene appoggiata sulla sedia, mentre noi lo aiuteremo ad alzarsi in piedi.

Se ci riesce difficile, è meglio non insistere perché potremmo fargli più male che bene. Se è incapace di collaborare o è troppo pesante (e il pavimento è caldo e confortevole), gli daremo una coperta e un cuscino e lo lasceremo lì finché non avremo trovato aiuto.

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Cervello più giovane

Una notizia buona, una semi-cattiva. La prima è che la vitamina B12 aiuta il cervello, soprattutto quello dei più anziani. Merito della relazione positiva tra memoria e assimilazione del nutriente.

Ma di quanta B12 ha bisogno il nostro organismo per “ricordare”?

La notizia semi-cattiva è che è ancora presto per stabilire se “troppa” vitamina possa, alla fine, anche far male. La capacità di rallentare la degenerazione delle cellule cerebrali è stata descritta in una ricerca internazionale coordinata dell`Università di Oxford, pubblicata su Neurology, misurando il cervello di un gruppo di volontari. Sulle quantità, il problema resta.

I medici britannici hanno tenuto sotto osservazione 107 ultra-sessantenni divisi in tre gruppi, ognuno dei quali con livelli diversi di concentrazione di B12, presente nel fegato e nei reni. Nessuno, però, aveva manifestato ancora problemi di perdita di memoria. Quindi nei successivi cinque anni hanno sottoposto i volontari alle analisi del sangue e ad esami per misurare la grandezza del cervello e hanno notato che la massa cerebrale si riduceva quando c`era meno vitamina in circolazione.

Un cervello più piccolo vuol dire meno attività cerebrale e quindi meno memoria.
Gli anziani sotto il “livello di sicurezza” avrebbero, quindi, sei volte più probabilità di perdere la memoria. In ogni caso, Smith ha assicurato che “la dieta può rallentare i processi di danneggiamento dell`attività cerebrale, forse addirittura può ridurre il rischio di sviluppare la demenza senile, di solito associata al problema della perdita di memoria, anche se sono necessari studi ulteriori per confermare quest`ultima ipotesi”.

Quindi spazio a uova, pesce, formaggio, latte e carni, “miniere” naturali di cobolamine (altro nome delle molecole conosciute come vitamine del complesso B12).

Qualche perplessità sugli integratori. Indispensabili ad esempio per chi pratica una dieta vegetariana, non è ancora del tutto chiaro se un loro abuso possa portare a ribaltare gli effetti positivi. In attesa di sciogliere i dubbi, i ricercatori consigliano una “”una dieta bilanciata” capace di garantire una migliore qualità della vita.

E, da non dimenticare, anche una memoria di ferro.

 

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Vitamina B12

 

Diabete

I diabetici sono categorie protette?

 

Il lavoratore diabetico ha diritto al collocamento obbligatorio e alle agevolazioni delle categorie protette?

diabetici possono rientrare nelle categorie protette ed aver diritto ai relativi benefici, come il collocamento mirato e l’inclusione nelle quote di riserva per le assunzioni: tuttavia, non basta avere il diabete per far parte delle categorie protette, ma è necessario che sia stata riconosciuta una determinata percentuale d’invalidità.

Chi sono le categorie protette

Fanno difatti parti delle categorie protette, o meglio sono destinatari delle norme sul collocamento obbligatorio, o mirato:

  • le persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali ed i portatori di handicap intellettivo, in possesso di riduzione della capacità lavorativa (invalidità) superiore al 45%;
  • gli invalidi del lavoro, con un grado di invalidità, accertato dall’Inail, superiore al 33%;
  • i ciechi assoluti o le persone con un residuo visivo non superiore a 1/10 a entrambi gli occhi;
  • i sordomuti, cioè le persone colpite da sordità sin dalla nascita o prima dell’apprendimento della parola;
  • le persone che percepiscono l’assegno di invalidità civile, per accertamento da parte dell’Inps di una riduzione permanente a meno di 1/3 della capacità lavorativa;
  • gli invalidi di guerra, gli invalidi civili di guerra e gli invalidi per servizio con minorazioni ascritte dalla 1° all’8° categoria.

I diabetici sono categorie protette, dunque, se possiedono i requisiti elencati.

Rientrano tra le categorie protette e sono soggette a una particolare tutela anche:

  • gli orfani ed i coniugi superstiti dei lavoratori deceduti per causa di lavoro, guerra o servizio, o per l’aggravarsi dell’invalidità derivante da tali cause;
  • i coniugi ed i figli di grandi invalidi di guerra, di servizio o di lavoro;
  • i profughi italiani rimpatriati;
  • i familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.

Per poter beneficiare dei vantaggi offerti dal collocamento obbligatorio, è necessario che il lavoratore rientrante nelle categorie protette si iscriva nell’apposito elenco, tenuto dagli uffici competenti. Per l’iscrizione nell’elenco è necessario lo stato di disoccupazione.

Diabete e invalidità per rientrare nelle categorie protette

Ci si chiede, a questo punto, qual è la percentuale d’invalidità riconosciuta per il diabete. In realtà non esiste una percentuale unica, ma dipende dal tipo di patologia riscontrata. Vediamo che cosa prevedono, in merito al diabete, le linee guida Inps per il riconoscimento dell’invalidità:

  • diabete mellito con complicanze gravi: dal 91% al 100%;
  • diabete mellito scompensato con complicanze di grado moderato: dall’81% al 90%;
  • diabete mellito in mediocre compenso con complicanze di grado moderato: dal 71% all’80%;
  • diabete mellito in buon compenso con complicanze di grado moderato: dal 61% al 70%;
  • diabete mellito scompensato con complicanze di grado lieve: dal 51% al 60%;
  • diabete mellito in mediocre compenso con complicanze di grado lieve: dal 41% al 50%;
  • diabete mellito tipo 2 insulino trattato non complicato scompensato: dal 31% al 40%;
  • diabete mellito in buon compenso con complicanze di grado lieve: dal 21% al 30%;
  • diabete mellito tipo 1 in mediocre compenso glicemico e/o con complicanze solo strumentalmente rilevate: dall’11% al 20%;
  • diabete mellito tipo 2 insulino trattato e diabete mellito tipo 1 non complicato: dal 6% al 10%;
  • diabete mellito tipo 2 non complicato: dallo 0 al 5%.

In base a quanto osservato, la percentuale d’invalidità e, quindi, la possibilità di rientrare nelle categorie protette dipendono dal tipo di diabete diagnosticato.

Come fare domanda d’invalidità per il diabete

Per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata, la maggiorazione dei contributi o uno dei trattamenti d’inabilità, non basta che il medico curante diagnostichi il diabete, ma bisogna che l’invalidità derivante dal diabete sia riconosciuta da parte di un’apposita commissione medica.

La procedura per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, riassunta a grandi linee, è la seguente:

  • recarsi dal proprio medico curante per ottenere il certificato medico introduttivo, con cui diagnostica l’invalidità; questo certificato deve essere da lui trasmesso all’Inps in via telematica; il medico deve rilasciare una ricevuta col numero di protocollo;
  • inviare domanda d’invalidità dal sito dell’Inps (o tramite patronato), tramite i servizi per il cittadino (se si possiede il pin, la carta nazionale dei servizi o l’identità digitale spid);
  • presentarsi alla visita medica presso la commissione, che dopo attenta valutazione, redigerà un verbale con cui riconosce, o meno, una determinata percentuale d’invalidità.

 

 

Copyright www.laleggepertutti.it   Articolo di Noemi Secci

Legame occhi-reni

Quando si è affetti da patologie renali in fase avanzata o da insufficienza renale, possono insorgere problemi agli occhi senza, però, dare alcun segnale di preavviso. Pertanto, è molto importante fare dei controlli oculistici periodici che possano valutare la funzionalità della vista e la salute dell’occhio, per evitare di comprometterla in maniera permanente.

Occhi secchi, rossi e doloranti. Sono questi i sintomi che possono insorgere quando vi è una disfunzione della lacrimazione: la causa è da ricercarsi in un eccesso di calcio e di fosfato che, depositandosi negli occhi, causano irritazione.

Spesso, sono proprio le malattie renali a causare questi disturbi che possono colpire la congiuntiva, la cornea e la sclera. Dunque, può essere utile controllare i livelli ematici di calcio e fosfato e mantenere gli occhi umidi con gocce oculari lubrificanti. Ovviamente, non sono solo le malattie renali a causare questi sintomi. Per questo motivo, è necessario consultare un oculista per trovare la giusta causa. È bene però sottolineare che vi sono anche altre patologie che possono essere determinate da malattie renali, in particolare:

  1. Retinopatia diabetica– Si verifica quando il diabete e/o l’ipertensione arteriosa danneggiano i piccoli vasi sanguigni nella retina. La retinopatia diabetica progredisce nel tempo e non si manifesta con sintomi fino a quando la visione non ne risente. A volte i vasi danneggiati formano un tessuto cicatriziale che causa distacco della retina. Il distacco della retina può portare a perdita della vista o cecità e deve essere trattato immediatamente. Se si verificano improvvisi cambiamenti della vista come luci lampeggianti o punti scuri, il consiglio è di rivolgersi immediatamente al medico o all’ospedale.
  2. Glaucoma– Si verifica quando il liquido si accumula all’interno dell’occhio, senza essere ben drenato: ciò causa un aumento della pressione intraoculare che va a premere sui i vasi sanguigni che portano ossigeno e sostanze nutritive al nervo ottico posizionato nella parte posteriore dell’occhio. In questi casi, il rischio che il nervo ottico si danneggi è molto alto. Non è un caso, dunque, che si verifichi una perdita della vista parziale o totale. E, purtroppo, l’ipertensione e il diabete possono essere fattori di rischio per il glaucoma, così come la stessa dialisi.
  3. Edema  oculare– Quando vi è insufficienza renale, i reni non riescono a filtrare il sangue in modo ottimale, così come a regolare la pressione sanguigna. Generalmente, filtrando il sangue, l’eccesso di acqua viene eliminato dai tubuli renali. Quando i tubuli renali sono danneggiati, però, i filtri smettono di funzionare al meglio, determinando un accumulo di liquidi alla base dell’edema oculare. Solitamente l’edema si manifesta a livello degli occhi che, soprattutto al mattino, appaiono gonfi. Il disturbo passa poi a livello degli arti, specialmente quelli inferiori e, man mano che la malattia peggiora, a tutto il resto del corpo.

Ovviamente, solo un esame accurato della vista mostrerà eventuali disturbi visivi o malattie degli occhi. Tra i segni che potrebbero indicare disturbi di questo tipo troviamo sicuramente:

  • Visione sfocata, doppia o appannata
  • Dolore o pressione in uno o entrambi gli occhi
  • Problemi nel vedere le cose con la coda dell’occhio
  • Luci fluttuanti o lampeggianti
  • Punti neri nel campo visivo

Controllare l’ipertensione e il diabete è dunque fondamentale, sia per i reni sia per gli occhi. Seguire le raccomandazioni del proprio medico per dieta, esercizio fisico, controlli periodici e assunzione di farmaci è altrettanto importante per mantenere un equilibrio anche quando si è affetti da una malattia cronica e debilitante.

Insomma, controllare i livelli di glucosio e la pressione del sangue è un modo per prendersi cura anche dei propri occhi! Ovviamente, anche smettere di fumare è un passo indispensabile, per scongiurare il rischio di cataratta e glaucoma.

 

 

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IPERTENSIONE

                                                                               Ipertensione

 L’ipertensione è una patologia molto diffusa caratterizzata da pressione alta; se non curata, l’ipertensione aumenta con il rischio di patologie cardiovascolari e ictus, quindi è fondamentale. La pressione sanguigna è dovuta alle pulsazioni del cuore, che normalmente generano una spinta, o pressione, sufficiente a far scorrere il sangue in tutto il corpo; nell’ipertensione, tale spinta è superiore alle normali esigenze dell’organismo.

 

L’ipertensione arteriosa è una condizione frequente che, come hanno dimostrato molti studi epidemiologici, rappresenta un importante fattore di rischio di malattie vascolari (ischemia cardiaca quale angina e infarto, attacchi ischemici cerebrali e ictus, parkinson e demenza vascolare, aneurismi e arteriopatie obliteranti).

 

L’organizzazione mondiale della sanità consiglia il valore prudenziale di 120/80 mmHg, al posto della credenza ormai archiviata dei 100mmHg a cui sommare l’età.

La pressione sanguigna è dovuta alle pulsazioni del cuore, che normalmente generano una spinta, o pressione, sufficiente a far scorrere il sangue in tutto il corpo. L’ipertensione è causata da una spinta superiore alle normali esigenze dell’organismo. Le cause che scatenano l’ipertensione possono essere:

 

  • Obesità
  • storico genetico familiare caratterizzato da ipertensione
  • cibi salati
  • dieta povera di frutta e verdura
  • poco esercizio fisico
  • caffè
  • alcool
  • età uguale o maggiore a 65
  • stress
  • malattie renali
  • diabete
  • restringimento delle arterie
  • sindrome di Cushing (una condizione in cui il corpo produce un eccesso di ormoni steroidei)
  • lupus
  • assunzione di pillola contraccettiva orale
  • droghe

 

Quali sono i sintomi dell’ipertensione?

In alcuni rari casi, in cui una persona è soggetta a ipertensione, si possono verificare sintomi quali:

  • mal di testa persistente
  • visione offuscata o doppia
  • sangue dal naso
  • mancanza di respiro

Come è diagnosticata l’ipertensione?

La diagnosi di ipertensione si basa sulla misurazione della pressione arteriosa, eseguita da personale specializzato. La diagnosi di ipertensione inoltre si può verificare attraverso degli esami del sangue e delle urine. E’ importante servirsi di un misuratore della pressione sanguigna che sia affidabile e dia letture precise. I valori normali di pressione dovrebbero essere inferiori a 80-90 mmHg per la pressione minima e 120-140 mmHg per la massima.

 

L’ipertensione può essere prevenuta:

  • mangiando in modo sano
  • mantenendo un peso sano
  • facendo regolare esercizio fisico
  • bevendo alcolici con moderazione
  • riducendo la quantità di sale nel cibo
  • mangiando molta frutta e verdura
  • eseguendo terapie di rilassamento
  • gestendo dello stress con la meditazione o lo yoga
  • eseguendo terapie cognitivo-comportamentali

Come si cura l’ipertensione?

In natura i soggetti affetti da ipertensione possono combatterla sia con uno stile di vita sano, sia mediante combinazione di farmaci. La maggior parte dei farmaci usati per trattare l’ipertensione possono produrre effetti collaterali, come:

  • sonnolenza
  • dolori renali
  • tosse secca
  • vertigini
  • debolezza

Articolo a cura di Cardiologia, Nefrologia Curatore scientifico: Dr. Leon Bertrand

 

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Generazioni a contatto: ecco come migliorano le potenzialità degli anziani

Studenti delle scuole superiori in ‘stage’ in una residenza sanitaria-assistenziale, dove incontrano gli anziani ospiti, parlano e interagiscono con loro, con uno straordinario risultato di scambio interpersonale e anche di riattivazione psichica negli ‘over 65′ ospiti della struttura. E’ il progetto portato avanti dal Centro geriatrico ‘Merry House ‘, in collaborazione con l’Istituto professionale socio-sanitario ‘Giulio Verne’ di Acilia (Roma), e che ha già coinvolto 16 ragazzi del quarto anno.

“Gli studenti, suddivisi in gruppi da quattro – spiega all’Adnkronos Salute Guido Lanzara, direttore sanitario di ‘Merry House’, centro polispecialistico che conta circa 200 posti letto – hanno la possibilità di condurre e sperimentare, per un totale di 6 settimane, la ‘vita di reparto’, in un Rsa che ospita soprattutto pazienti con demenza senile. Nell’ambito dei progetti scuola-lavoro è il primo in campo sanitario”.
“Negli ultimi anni ci siamo chiesti cosa fosse possibile fare in più rispetto alla gestione ‘di base’ dei nostri pazienti: abbiamo deciso di sperimentare una convenzione con l’istituto professionale socio-sanitario di Acilia (con studenti dai 13 ai 19 anni), portando i ragazzi in un ambiente comunque protetto, ma guidandoli in un percorso di crescita”, racconta.

“La mattina dalle 8.30 alle 13.30 – prosegue Lanzara – gli studenti vengono da noi, fanno un ‘briefing’ con i nostri specialisti e poi si dedicano ai pazienti. E’ stato incredibile vedere come giovani tutti ‘chat e smartphone’, e a prima vista poco interessati alla vita, abbiano invece abbandonato subito il telefonino e si siano gettati a capofitto nella relazione con gli anziani, proponendo idee, instaurando dialoghi, portando fotografie”.

Da parte loro, gli anziani ospiti della Rsa sono rifioriti: “Sotto il profilo tecnico i livelli di riattivazione psichica sono stati superlativi. Pazienti da tempo ‘lontani’ dalla realtà, privi di stimoli, hanno ritrovato nuova energia, si sono legati ai ragazzi, li cercano, si vestono a tono per accoglierli. Un circuito virtuoso che ci porta ad avere l’obiettivo di estendere questo bellissimo progetto di ‘enclave’ di affetto familiare”, conclude il medico.

Fonte: Adnkronos

Demenza senile. L’importanza della prevenzione

Individuare nuovi modelli e strategie di trattamento innovative per gestire la demenza a livello mondiale: è questo l’obiettivo degli esperti che si sono riuniti a Roma in occasione del secondo incontro regolatore internazionale del programma “Dementia Integrated Development”. Promossa e guidata dal Dipartimento della Salute britannico, l’iniziativa ha fra i suoi partecipanti Italia, Regno Unito, Giappone, Canada, Stati Uniti, Danimarca, Germania, Svizzera e l’Agenzia Europea dei Medicinali, tutti allertati dalle previsioni secondo cui i casi di demenza, Alzheimer incluso, supereranno nel 2030 i 75 milioni, per poi aumentare ulteriormente oltre i 135 milioni nel 2050.

Il problema è anche di natura economica. Al crescere dell’incidenza delle demenze aumenteranno infatti anche gli oneri globali, che ammonteranno a centinaia di miliardi di dollari da spendere in costi sociali. Per questo, ha spiegato Luca Pani, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), “ci aspettiamo che scaturiscano nuovi approcci sostenibili per fare fronte a quella che è destinata altrimenti a diventare ‘la’ malattia dei prossimi decenni”. Come ha infatti sottolineato il presidente dell’Aifa, Sergio Pecorelli, la prevalenza delle malattie mentali fra le persone anziane, incluse le diverse forme di demenza, “è aumentata drammaticamente”, non solo a causa dell’invecchiamento “ma anche per le nuove situazioni socio-demografiche cui gli anziani sono esposti. “Un tale scenario – ha aggiunto Pecorelli, che rappresenta a Bruxelles il governo italiano all’interno del Gruppo strategico dell’European Innovation Partnership on Active and Healthy Ageing – richiede un’attenzione particolare della scienza medica e regolatrice, insieme all’impegno mirato alla promozione delle buone pratiche di prevenzione”.

Scienziati e regolatori, ha assicurato Pani, sono disposti a farsi carico della sfida prospettata. A trarre vantaggio da una loro vittoria sarà anche l’Italia, dove già oggi gli individui alle prese con l’Alzheimer – che nella quasi totalità dei casi sono completamente a carico delle loro famiglie – sono ben 600 mila.

Fonte:
Salute 24

Anziani e stili di vita: come allenare bene il corpo.

Per l’organismo degli anziani, l’attività fisica è di notevole importanza. Nel prendere in considerazione quale tipo sia loro consigliabile, occorre premettere che non ci sono regole adattabili a ogni tipo d’individuo della terza età. Questa difficoltà deriva innanzi tutto dal fatto che tra gli anziani vi sono soggetti il cui stato di salute è molto vario e che una percentuale abbastanza elevata di loro è affetta da una o più malattie.
E’ importante ricordare in ogni caso che l’esercizio fisico va affrontato ascoltando il proprio corpo, fermandosi immediatamente quando si avvertono delle resistenze o del dolore.
Cosa consigliamo:
– esercizi graduali ripetuti a più riprese, abbinati alla respirazione e alla distensione muscolare;
– fermarsi se si avverte dolore;
– semplici esercizi di ginnastica e riattivazione motoria meglio se fatti insieme;
– dedicare, se possibile, almeno 15 minuti al giorno alla camminata all’aria aperta.

In questo senso, l’aiuto di una buona assistente domiciliare, potrebbe essere anche finalizzato al sostegno non solo della normale deambulazione in casa, ma anche del giornaliero svolgimento di una attività motoria leggera.
Non dimentichiamoci infatti che l’attività fisica è una delle prime medicine e riduce notevolmente il rischio di mortalità per qualsiasi malattia.

Si ricorda in ogni caso che è necessario sempre e comunque consultare un medico prima di intraprendere un qualsiasi programma di attività fisica .