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Demenza

Cosa intendiamo con il termine demenza?

 

La demenza è una patologia che causa una diminuzione del funzionamento intellettuale. Il termine demenza è di solito usato nei casi di pazienti che presentano due o più funzioni vitali principali compromesse, tra le quali:

  • memoria
  • linguaggio
  • percezione
  • giudizio
  • ragionamento
  • controllo emotivo e comportamentale alterato
  • personalità alterata
  • capacità di problem solving ridotta o persa.

Cosa è la demenza senile?

Studi recenti hanno scoperto che quasi la metà di tutte le persone di 85 di età hanno una qualche forma di demenza. Anche se è comune nei soggetti molto anziani, la demenza non è una parte del normale processo di invecchiamento.

Come si classifica la demenza?

Ci sono diversi schemi di classificazione per la demenza in base ai problemi riscontrati nel paziente. La demenza è classificata in:

  • demenza corticale: memoria, linguaggio, pensiero, rapporti sociali, compromessi
  • demenza desottocorticale: emozioni, movimento, memoria, compromessi
  • demenza progressiva: abilità cognitive compromesse nel tempo
  • demenza primaria: deriva da una determinata malattia, come il morbo di Alzheimer
  • demenza secondaria: si verifica a causa di malattie o lesioni.

La malattia di Alzheimer è la causa più comune di demenza senile nelle persone oltre i 65 anni di età. Questa patologia compromette quasi tutte le funzioni cerebrali, compresa la memoria, il movimento, il linguaggio, il giudizio, il comportamento e il pensiero astratto.

Demenza vascolare

La demenza vascolare è causata da danni al cervello e da problemi cardiovascolari o cerebrovascolari (ictus). Può anche derivare da malattie genetiche, endocardite (infezione di una valvola cardiaca), o angiopatia amiloide (un processo in cui la proteina amiloide si accumula nei vasi sanguigni del cervello, a volte causando ictus emorragico o “sanguinamento”). A differenza di persone con la malattia di Alzheimer, le persone con demenza vascolare spesso mantengono la loro personalità e normali livelli di reattività emozionale fino alle fasi successive della malattia. Le persone affette da demenza vascolare spesso vagano di notte e hanno altri problemi che si trovano comunemente nelle persone che hanno avuto un ictus, tra cui la depressione e l’incontinenza.

Tra i diversi tipi di demenza vascolare c’è la demenza vascolare multi-infartuale, causata da numerosi piccoli colpi nel cervello. Questa patologia in genere include molteplici aree danneggiate, chiamate infarti, insieme con lesioni estese alle fibre nervose del cervello. Poiché gli infarti riguardano zone isolate del cervello, i sintomi sono spesso limitati ad un lato del corpo o possono influenzare solo una o alcune funzioni specifiche, come il linguaggio.

Demenza di Lewy

La demenza di Lewy (malattia a corpi di Lewy) provoca la morte progressiva delle cellule della corteccia cerebrale. Si manifesta con episodi di agitazione e allucinazioni. I sintomi sono simili a quelli della malattia di Alzheimer.

Demenza fronto-temporale

Questo tipo di demenza presenta una forma apatica e una forma agitatoria con comportamenti inappropriati, ed è legata alla degenerazione delle cellule nervose nel cervello nei lobi frontali e temporali. I sintomi evidenti nei pazienti comprendono problemi di comportamento come:

  • aumento dell’appetito
  • comportamento compulsivo
  • problemi di capacità motorie
  • perdita di memoria.

Demenza associata ad HIV

Questo tipo demenza è dovuta ad un’infezione del cervello associata al virus HIV. I sintomi comprendono:

  • difficoltà di memoria
  • apatia
  • ritiro sociale
  • problemi di concentrazione
  • problemi di movimento

I farmaci contro l’AIDS ritardano l’insorgenza della demenza e possono aiutare a ridurre i sintomi.

La malattia di Huntington e la demenza

Questa è una malattia ereditaria causata da un gene difettoso. I figli di una persona con questa malattia hanno una probabilità del 50% di contrarla. La malattia causa la degenerazione in molte regioni del cervello e del midollo spinale. Si manifesta con movimenti coreiformi. I sintomi iniziano intorno ai 30, 40 anni di età e sono:

  • ansia
  • depressione
  • comportamento psicotico
  • scatti involontari
  • movimenti aritmici del corpo.

 

Demenza pugilistica

Questa demenza è anche chiamata sindrome del Boxer, ed è dovuta a lesioni traumatiche al cervello; sintomi comuni sono:

  • tremori
  • anomalie dell’andatura

Demenza secondaria

Le demenze secondarie sono l’effetto di altre malattie o condizioni come deficit di vitamine del gruppo B, uso di anticolinergici e traumi. Queste forme di demenza si verificano in pazienti con altri disturbi del movimento come il morbo di Parkinson o la sclerosi multipla.

Demenza nei bambini

Le infezioni, i traumi e gli avvelenamenti possono portare alla demenza nei bambini. La malattia di Niemann-Pick, la malattia di Batten, la malattia di Lafora e altre anomalie mitocondriali portano alla demenza infantile.

Altre forme rare di demenza

Altre forme più rare di demenza includono:

  • Malattia di Gerstmann-Straussler-Scheinker: la **demenza in questa patologia insorge intorno ai 50 anni di età. La malattia può durare per diversi anni prima che i pazienti muoiano. Causa un’insonnia originata dai danni ad una regione del cervello chiamata talamo, che è in parte responsabile del controllo del sonno. L’insonnia progressiva conduce infine ad una totale incapacità di dormire. Essa può essere fatale nel giro di 7-13 mesi dopo l’inizio dei sintomi
  • Malattia di Niemann-Pick: è un gruppo di malattie ereditarie che influenzano il metabolismo e sono causate da specifiche mutazioni genetiche. I pazienti con malattia di Niemann-Pick non riescono a metabolizzare correttamente il colesterolo e gli altri lipidi. Di conseguenza, una quantità eccessiva di colesterolo si accumula nel fegato e nella milza e quantità eccessive di altri lipidi si accumulano nel cervello, causando i sintomi della demenza. Queste malattie in genere compaiono nei giovani in età scolare.
  • Malattia di Batten: è una malattia ereditaria del sistema nervoso che inizia durante l’infanzia. I sintomi sono collegati ad un accumulo di sostanze chiamate lipopigments nei tessuti del corpo. I primi sintomi includono cambiamenti di personalità e comportamento, apprendimento lento, goffaggine, o inciampare. Nel corso del tempo, i bambini affetti soffrono di ritardo mentale, convulsioni e perdita progressiva della vista e delle capacità motorie. Alla fine, i bambini con malattia di Batten sviluppano la demenza. La malattia è spesso fatale.
  • Malattia di Lavora: è una malattia genetica rara che provoca crisi epilettiche, demenza e disordini del movimento.

Quali condizioni possono causare demenza?

I medici hanno individuato molte altre condizioni che possono causare la demenza, tra le quali:

  • alcuni farmaci
  • problemi metabolici
  • ridotta capacità di assorbire la vitamina B12
  • carenze nutrizionali
  • disidratazione
  • meningite e encefalite
  • leucemia
  • AIDS
  • tumori cerebrali
  • esposizione a metalli pesanti
  • anossia: minore fornitura di ossigeno ai tessuti di un organo
  • età avanzata
  • genetica (familiarità)
  • fumo
  • alcol
  • arteriosclerosi
  • colesterolo alto
  • diabete
  • elevati livelli plasmatici di omocisteina

Come viene diagnosticata la demenza?

Spesso esistono demenze miste con più forme insieme, per la diagnosi può essere interpellato neurologo, geriatra o psichiatra indifferentemente, lo stile di vita attivo mentalmente e fisicamente aiutano nella prevenzione e nella cura, nelle forme avanzate spesso si deve ricorrere all’uso di antipsicotici, nelle demenze parkinsoniane può essere utile l’uso di dopaminergici.

La demenza viene diagnosticata mediante:

  • analisi storica della famiglia
  • esame fisico
  • valutazioni neurologiche
  • test cognitivi e neuropsicologici
  • scansioni cerebrali
  • esami dello stato mentale
  • elettroencefalogrammi
  • esami del sangue
  • valutazioni psichiatriche
  • test di odore-identificazione

 

La demenza può essere prevenuta?

La ricerca ha rivelato una serie di fattori che possono essere in grado di prevenire o ritardare l’insorgenza della demenza in alcune persone. Tra questi:

  • controllo dei livelli di glucosio tendono
  • impegno in attività intellettualmente stimolanti
  • vitamine del gruppo B
  • basso colesterolo
  • abbassamento della pressione sanguigna
  • esercizio fisico regolare

Come si cura la demenza?

La maggior parte dei trattamenti per la demenza possono ridurre i sintomi e rallentare la progressione della malattia. Molti ricercatori stanno inoltre esaminando se questi farmaci possono essere utili per il trattamento dei diversi tipi di demenza. Molte persone affette da demenza, in particolare quelli nelle fasi iniziali, possono praticare alcune attività per migliorare le prestazioni del funzionamento cognitivo.

Test mnemonici, dispositivi di richiamo computerizzati, o prendere appunti possono servire loro. Molti studi hanno, inoltre, dimostrato che gli inibitori della colinesterasi aiutano a rallentare il declino delle funzioni mentali associate, e che possono contribuire a ridurre i problemi comportamentali.

Tuttavia, nessuno di questi farmaci può fermare o invertire il corso della demenza.

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Artrite reumatoide

Artrite reumatoide: come affrontarla

 Per alcune malattie come l’artrite reumatoide, la conoscenza dei sintomi, delle opportunità per limitare i danni e delle cure migliori rappresenta una parte fondamentale della terapia.

Avete sempre dolore ai piedi o alle mani? Avete i polsi gonfi, arrossati e doloranti? Al mattino vi sentite rigidi e indolenziti? Anche i gesti più semplici, come vestirsi, sono imprese quasi impossibili perché sembra che le mani non vogliano aiutarvi a farlo?

Forse è meglio fare al più presto gli accertamenti perché potrebbe trattarsi di una malattia reumatologica. Una di queste malattie è l’artrite reumatoide, in questo caso la diagnosi precoce è parte fondamentale della cura perché bisogna intervenire prima che il danno sia irreversibile e le articolazioni non riescano più a muoversi.

Infatti, è accertato che, se si individua subito la malattia e si inizia tempestivamente la terapia con farmaci efficaci, si è in grado di mitigare il quadro clinico e di rallentare la progressione. Pertanto, riconoscere immediatamente che si tratta di artrite reumatoide, permette di sapere come intervenire.

Cos’è l’artrite reumatoide?

L’artrite reumatoide è una malattia reumatologica infiammatoria cronica e progressiva a carico soprattutto delle articolazioni anche se si può avere interessamento di altri apparati. Ha una frequenza pari allo 0,5/1%. Colpisce soprattutto il sesso femminile di età compresa tra i quaranta e i cinquant’anni, pur essendo possibile una forma di artrite reumatoide senile, giovanile e persino infantile.

La causa dell’artrite reumatoide è sconosciuta, esiste certamente una predisposizione familiare evidenziata dalla frequenza elevata di artrite reumatoide in fratelli gemelli (frequenza sei volte superiore). Per capire quale sia il danno che si verifica in corso di artrite reumatoide, vediamo come sono fatte le articolazioni e come la malattia agisce su di loro (patogenesi).

Artrite reumatoide: patogenesi

Le articolazioni sono strutture anatomiche che tengono unite due ossa adiacenti e permettono il movimento reciproco. Ciascuna articolazione è costituita da:

  • capsula articolare: ingloba le estremità delle due ossa;
  • membrana sinoviale: riveste internamente la capsula articolare, è riccamente vascolarizzata e produce il liquido sinoviale che lubrifica le superfici articolari;
  • cartilagine articolare: riveste le superfici ossee.

Nell’artrite reumatoide si attiva un processo infiammatorio a carico delle strutture anatomiche dell’articolazione. La causa che innesta questo meccanismo è sconosciuta, tuttavia l’organismo comincia a produrre degli anticorpi contro strutture del proprio corpo (autoanticorpi), che nell’artrite reumatoide sono i componenti delle articolazioni, non riconoscendoli come propri.

Questi autoanticorpi attivano un vero e proprio processo infiammatorio con produzione di citochine e conseguente infiammazione della capsula sinoviale (sinovite). Si forma un tessuto particolare (panno sinoviale) che erode la cartilagine e l’osso sottostante provando deformità nelle ossa e impossibilità ad articolarsi tra di loro, quindi a svolgere la funzione articolare.

Come si manifesta il danno articolare nell’artrite reumatoide?

L’artrite reumatoide insorge solitamente in maniera subdola e lenta, solo raramente ha un esordio acuto. I sintomi sono prevalentemente a carico delle articolazioni, sono presenti al mattino, durano per alcune ore ma tendono a migliorare nel corso della giornata.

Questi episodi possono manifestarsi per alcuni giorni e poi risolversi completamente, salvo ripresentarsi a distanza di giorni o settimane a carico di altre articolazioni. Il paziente pertanto vive periodi in cui sono presenti disturbi importanti e invalidanti, alternati a giorni di relativo benessere.

Sono colpite tutte le articolazioni mobili:

  • piccole articolazioni delle mani (eccetto le interfalangee distali): sono le più colpite;
  • piccole articolazioni dei piedi;
  • polsi;
  • gomiti;
  • spalle;
  • anche;
  • ginocchia;
  • caviglie.

Risulta meno frequente l’interessamento dell’articolazione temporo-mandibolare, quando colpisce la colonna vertebrale può esserci interessamento del midollo spinale. La localizzazione è sempre bilaterale e simmetrica (caratteristica identificativa della malattia), le articolazioni vengono colpite in maniera centripeta (dalla periferia verso il centro del corpo), e si ha, nell’evoluzione della malattia, un interessamento aggiuntivo delle sedi interessate.

Le articolazioni appaiono arrossate, dolenti, calde, gonfie. È presente impotenza funzionale dovuta in fase iniziale all’infiammazione, nelle fasi avanzate non si riesce a muovere l’articolazione per la deformazione e l’anchilosi. Alcune deformazioni, per fortuna ormai sempre più rare, conferiscono agli arti delle forme particolari: a colpo di vento le mani, a gobba di dromedario le dita.

L’artrite reumatoide può avere localizzazioni extra-articolari a carico delle sierose (pericardio e pleura) e della cute (noduli reumatoidi). Può associarsi all’artrite reumatoide la sindrome di Sjogren. L’artrite reumatoide presenta un miglioramento del quadro clinico durante la gravidanza.

Sintomi simili a quelli dell’artrite reumatoide possono essere presenti anche in altre malattie reumatiche o nell’artrosi. Tuttavia, poiché è importante giungere in tempi stretti alla diagnosi di artrite reumatoide, sintomi sospetti devono indurre nel più breve tempo possibile a sottoporsi a degli accertamenti per fare diagnosi di artrite reumatoide.

Artrite reumatoide: diagnosi

La diagnosi precoce dell’artrite reumatoide, entro i due anni dall’inizio dei sintomi, risulta essere un fattore fondamentale nella prognosi della malattia, ma sarebbe auspicabile riuscire a fare diagnosi entro sei mesi dall’inizio dei sintomi. I segni clinici che devono far sospettare un’artrite reumatoide sono i segni di infiammazione a carico delle articolazioni (articolazioni gonfie, arrossate, calde e dolenti) in almeno tre sedi tra cui le mani.

Gli esami ematochimici costituiscono un supporto al sospetto diagnostico, vengono prescritti:

  • indici di infiammazione: velocità di eritrosedimentazione (VES), proteina C-reattiva (PCR), elettroforesi sieroproteica, esame emocromocitometrico. Sono esami non specifici dell’artrite reumatoide ma importanti sia in fase pre-diagnostica sia per monitorare l’evoluzione della malattia e quindi l’efficacia della terapia;
  • fattore reumatoide: è presente nell’80% dei pazienti;
  • anticorpi anticitrullina (anti-CCP): specificità del 98% per l’artrite reumatoide.

L’ecografia delle articolazioni interessate dal processo infiammatorio è un esame strumentale utile in quanto permette di evidenziare i segni dell’infiammazione a carico delle strutture articolari e il possibile versamento articolare.

La radiografia delle articolazioni non aggiunge elementi importanti nelle fasi iniziali della malattia in quanto non si sono ancora determinate le erosioni ossee e le deformazioni delle articolazioni tipiche della fase avanzata della malattia. Alla diagnosi segue la presa in carico del paziente affetto da artrite reumatoide e l’inizio della terapia.

Artrite reumatoide: terapia

La terapia dell’artrite reumatoide deve essere iniziata in più presto possibile. Viene definita “finestra di opportunità” il periodo (circa dodici settimane) entro cui si dovrebbe iniziare la terapia per avere una prognosi migliore a breve, medio e lungo termine.

La terapia dell’artrite reumatoide, che prevede un approccio multidisciplinare a cui partecipano il reumatologo, il medico di base, il fisiatra, l’ortopedico e lo psicologo, si prefigge lo scopo di:

  • ridurre il dolore e l’infiammazione;
  • rallentare la progressione della malattia quindi il danno articolare;
  • migliorare la capacità articolare.

Per raggiungere questi obiettivi si avvale di un trattamento non farmacologico e di terapie mediche:

1) terapia farmacologica:

  • farmaci antireumatici
  • antidolorifici: antinfiammatori non steroidei
  • farmaci biologici: vengono prescritti in casi selezionati.

I farmaci possono essere interrotti, su indicazione medica, nei casi di remissione della malattia: assenza di segni di danno articolare e indici di infiammazione negativi da almeno due mesi.

2) terapia non farmacologica:

  • modificare lo stile di vita: è consigliato sempre un periodo di riposo dopo le attività quotidiane. Durante la fase attiva della malattia è meglio prolungare i periodi di riposo;
  • svolgere un’attività fisica con regolarità per mantenere il trofismo muscolare, la funzionalità articolare e il peso corporeo;
  • una dieta varia ed equilibrata

3) riabilitazione: deve effettuarsi lontano dal momento di acuzie della malattia:

  • fisioterapia
  • kinesiterapia: mobilizzazione attiva e passiva delle articolazioni.

4) economia articolare: è una procedura che permette di proteggere le articolazioni. Si insegna al paziente affetto da artrite reumatoide una serie di posture corrette o di atteggiamenti che risparmiano l’attività articolare. Per fare ciò è necessario:

  • adattare l’ambiente casalingo e lavorativo al paziente;
  • far uso di ausili per svolgere alcune attività (aprire una porta, svitare un tappo);
  • utilizzo di ortesi per una corretta postura dell’articolazione sia a riposo che in movimento (splint statico e splint dinamico);
  • rieducazione gestuale per limitare la fatica giornaliera delle articolazioni.

5) terapia chirurgica: trova indicazione nei casi in cui i farmaci non riescano a ridurre la sintomatologia dolorosa e sia presente una notevole limitazione funzionale. Si deve tener conto dello stato di salute generale del paziente. Vengono eseguite artroprotesi e sinoviectomie.

L’artrite reumatoide è una malattia cronica evolutiva e conoscerne le caratteristiche offre un valido supporto per sapere, nel momento in cui viene diagnosticata, come affrontarla

 

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Sollevare e muovere l’anziano

La capacità di spostarsi autonomamente garantisce al malato l’opportunità di fare esercizio, rimanere in forma e mantenere un certo grado di indipendenza. Passeggiare e svolgere una qualsiasi attività fisica migliora la circolazione e promuove un senso generale di benessere.

La ginnastica, inoltre, aiuta a contrastare l’irrigidimento delle articolazioni, la diminuzione delle masse muscolari e la decalcificazione ossea. Può accadere che il malato non sia interessato a muoversi e che quando gli suggeriamo di fare qualcosa abbia difficoltà a capire. A rendere difficoltoso il movimento possono poi contribuire vari problemi fisici. Tuttavia, con la perseveranza e l’incoraggiamento possiamo riuscire a mantenerlo attivo e più indipendente. Anche l’assistenza potrebbe diventare meno faticosa e meno impegnativa a livello emotivo.

 

Quando l’anziano non è motivato a muoversi o trova difficile alzarsi dalla sedia, può essere necessario incoraggiarlo e aiutarlo. Talvolta può aver bisogno di incoraggiamento anche per portare a termine un’azione già iniziata. È utile stimolarlo ogni tanto con frasi del genere: “Molto bene, adesso attaccati alla maniglia” oppure: “Ce l’hai quasi fatta, coraggio!”. Se trova difficile camminare o compiere una determinata azione, possiamo cercare di scomporla in movimenti più semplici. Questo richiederà più tempo, ma dovremo evitare di fargli premura.

Non deve sorprendere il fatto che alcuni di essi non collaborino quando si cerca di farli camminare. È possibile che non capiscano le nostre intenzioni o che non amino essere trattati come un oggetto. Se ci avviciniamo in modo calmo, rilassato, sorridendo e gli spieghiamo lentamente ciò che pensiamo di fare, con ogni probabilità lo troveremo più collaborativo.

Anche se non comprende quello che gli stiamo dicendo, il tono della nostra voce e l’espressione del volto gli sembreranno rassicuranti. Si può anche cercare di spiegargli ciò che intendiamo in modo diverso, ad esempio mimando l’azione o guidando con delicatezza i suoi movimenti. Talvolta semplicemente è possibile che non si senta di alzarsi: allora è preferibile lasciarlo stare per un po’ e riprovare più tardi. Aiutare ad alzarsi qualcuno che non vuole farlo diventa un compito inutilmente arduo e faticoso.

Per far ciò necessario sincerarsi che il pavimento non sia scivoloso, non ci siano per terra tappetini flosci, fili elettrici o altro; che non ci siano in giro mobili traballanti o oggetti che possano ostacolare il movimento o causare incidenti. Gli anziani tendono ad essere malfermi sulle gambe e talvolta hanno problemi di vista. Bisogna assicurarsi che né noi né lui abbiamo ai piedi scarpe che scivolano.

Corrimano o maniglie di sostegno su entrambi i lati delle scale e in alcune stanze (ad esempio nel bagno e accanto al water) sono certamente utili. Anche il girello può essere di aiuto. È bene, se possibile, modificare i mobili in modo che non creino problemi: ad esempio aumentare l’altezza della sedia e della testata del letto, rialzare la seduta del water.

 

Non bisogna mai cercare di trasportare una persona da soli, perché potremmo danneggiare seriamente noi stessi e lui. Anche sorreggere qualcuno che è molto pesante e non collabora può essere rischioso, se non si usa la massima attenzione.

Ecco perché è importante chiedere consiglio ad un fisioterapista o ad altro professionista sul modo più sicuro di sollevare e sorreggere una persona. Le seguenti indicazioni possono essere utili, ma è bene assicurarsi che ci sia sempre qualcuno che ci possa aiutare.

Posizioniamoci a gambe leggermente divaricate e con i piedi saldamente piantati per terra. Pieghiamoci sulle ginocchia e sulle anche. Cerchiamo di stare molto vicino alla persona e spieghiamole che cosa deve fare. Dobbiamo agire sempre lentamente e non sollevarla finché non siamo perfettamente a posto.

Per non danneggiare la colonna vertebrale, dobbiamo cercare di evitare movimenti di torsione, modificando eventualmente la posizione dei mobili o procedendo per gradi.

Non dobbiamo mai tirare per le braccia l’altra persona, poiché potremmo danneggiarle le spalle.

  • Infine, accertiamoci in anticipo che lo spazio circostante sia sufficiente e che non vi siano ostacoli sul percorso. Se in qualsiasi momento ci accorgiamo che lo sforzo è eccessivo dobbiamo fermarci e chiedere aiuto.

Aiutare una persona ad alzarsi dalla sedia:

È più difficile sollevarsi da una sedia bassa. Se la sedia è troppo bassa per l’anziano, può essere utile mettervi sopra un cuscino. Una sedia con solidi braccioli lo aiuterà a far da solo più a lungo.

Per prima cosa, dobbiamo invitare il malato a tirarsi avanti, verso il bordo della sedia. Deve tenere i piedi fermi a terra, uniti e leggermente indietro. Se può collaborare, possiamo aiutarlo in questo modo: mettiamoci a lato della sedia e afferriamogli la mano dalla nostra parte, palmo contro palmo; con l’altra mano prendiamolo saldamente sotto l’ascella opposta. Ora possiamo reggerlo mentre si alza.

Se invece non è in grado di collaborare, è meglio che ci mettiamo di fronte a lui, gli facciamo posare le braccia sulle nostre spalle (non attorno al collo) e appoggiamo le nostre mani sul suo dorso, all’altezza della vita. Le nostre ginocchia devono essere contro le sue e i nostri piedi bloccare i suoi. Se sentiamo che lo sforzo è eccessivo, è meglio non proseguire. La cosa migliore in tal caso è di lasciare seduto e cercare un aiuto.

Aiutare una persona a scendere dal letto:

Aiutiamolo a spostarsi verso il bordo del letto, dalla parte dove siamo noi. Facciamogli sollevare le gambe e facciamogliele spostare fuori dal letto, fino a che si metta seduto con i piedi appoggiati saldamente a terra. Procediamo poi come per aiutarlo ad alzarsi dalla sedia.

 

Aiutare una persona ad alzarsi da terra

Se invece si trova a terra in seguito a una caduta, accertiamoci anzitutto che non si sia fatto male. Se pensiamo che sia ferito, dobbiamo cercare di metterlo comodo e poi cercare aiuto.

Se non è ferito possiamo aiutarlo ad alzarsi in questo modo: mettiamogli accanto una sedia robusta; aiutiamolo a inginocchiarsi e a mettere una mano sulla sedia, appoggiandosi ad essa. Ora con una mano afferriamo la sua e con l’altra prendiamolo sotto il braccio vicino al tronco; poi incoraggiamolo a fare pressione con la mano che tiene appoggiata sulla sedia, mentre noi lo aiuteremo ad alzarsi in piedi.

Se ci riesce difficile, è meglio non insistere perché potremmo fargli più male che bene. Se è incapace di collaborare o è troppo pesante (e il pavimento è caldo e confortevole), gli daremo una coperta e un cuscino e lo lasceremo lì finché non avremo trovato aiuto.

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Legame occhi-reni

Quando si è affetti da patologie renali in fase avanzata o da insufficienza renale, possono insorgere problemi agli occhi senza, però, dare alcun segnale di preavviso. Pertanto, è molto importante fare dei controlli oculistici periodici che possano valutare la funzionalità della vista e la salute dell’occhio, per evitare di comprometterla in maniera permanente.

Occhi secchi, rossi e doloranti. Sono questi i sintomi che possono insorgere quando vi è una disfunzione della lacrimazione: la causa è da ricercarsi in un eccesso di calcio e di fosfato che, depositandosi negli occhi, causano irritazione.

Spesso, sono proprio le malattie renali a causare questi disturbi che possono colpire la congiuntiva, la cornea e la sclera. Dunque, può essere utile controllare i livelli ematici di calcio e fosfato e mantenere gli occhi umidi con gocce oculari lubrificanti. Ovviamente, non sono solo le malattie renali a causare questi sintomi. Per questo motivo, è necessario consultare un oculista per trovare la giusta causa. È bene però sottolineare che vi sono anche altre patologie che possono essere determinate da malattie renali, in particolare:

  1. Retinopatia diabetica– Si verifica quando il diabete e/o l’ipertensione arteriosa danneggiano i piccoli vasi sanguigni nella retina. La retinopatia diabetica progredisce nel tempo e non si manifesta con sintomi fino a quando la visione non ne risente. A volte i vasi danneggiati formano un tessuto cicatriziale che causa distacco della retina. Il distacco della retina può portare a perdita della vista o cecità e deve essere trattato immediatamente. Se si verificano improvvisi cambiamenti della vista come luci lampeggianti o punti scuri, il consiglio è di rivolgersi immediatamente al medico o all’ospedale.
  2. Glaucoma– Si verifica quando il liquido si accumula all’interno dell’occhio, senza essere ben drenato: ciò causa un aumento della pressione intraoculare che va a premere sui i vasi sanguigni che portano ossigeno e sostanze nutritive al nervo ottico posizionato nella parte posteriore dell’occhio. In questi casi, il rischio che il nervo ottico si danneggi è molto alto. Non è un caso, dunque, che si verifichi una perdita della vista parziale o totale. E, purtroppo, l’ipertensione e il diabete possono essere fattori di rischio per il glaucoma, così come la stessa dialisi.
  3. Edema  oculare– Quando vi è insufficienza renale, i reni non riescono a filtrare il sangue in modo ottimale, così come a regolare la pressione sanguigna. Generalmente, filtrando il sangue, l’eccesso di acqua viene eliminato dai tubuli renali. Quando i tubuli renali sono danneggiati, però, i filtri smettono di funzionare al meglio, determinando un accumulo di liquidi alla base dell’edema oculare. Solitamente l’edema si manifesta a livello degli occhi che, soprattutto al mattino, appaiono gonfi. Il disturbo passa poi a livello degli arti, specialmente quelli inferiori e, man mano che la malattia peggiora, a tutto il resto del corpo.

Ovviamente, solo un esame accurato della vista mostrerà eventuali disturbi visivi o malattie degli occhi. Tra i segni che potrebbero indicare disturbi di questo tipo troviamo sicuramente:

  • Visione sfocata, doppia o appannata
  • Dolore o pressione in uno o entrambi gli occhi
  • Problemi nel vedere le cose con la coda dell’occhio
  • Luci fluttuanti o lampeggianti
  • Punti neri nel campo visivo

Controllare l’ipertensione e il diabete è dunque fondamentale, sia per i reni sia per gli occhi. Seguire le raccomandazioni del proprio medico per dieta, esercizio fisico, controlli periodici e assunzione di farmaci è altrettanto importante per mantenere un equilibrio anche quando si è affetti da una malattia cronica e debilitante.

Insomma, controllare i livelli di glucosio e la pressione del sangue è un modo per prendersi cura anche dei propri occhi! Ovviamente, anche smettere di fumare è un passo indispensabile, per scongiurare il rischio di cataratta e glaucoma.

 

 

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Generazioni a contatto: ecco come migliorano le potenzialità degli anziani

Studenti delle scuole superiori in ‘stage’ in una residenza sanitaria-assistenziale, dove incontrano gli anziani ospiti, parlano e interagiscono con loro, con uno straordinario risultato di scambio interpersonale e anche di riattivazione psichica negli ‘over 65′ ospiti della struttura. E’ il progetto portato avanti dal Centro geriatrico ‘Merry House ‘, in collaborazione con l’Istituto professionale socio-sanitario ‘Giulio Verne’ di Acilia (Roma), e che ha già coinvolto 16 ragazzi del quarto anno.

“Gli studenti, suddivisi in gruppi da quattro – spiega all’Adnkronos Salute Guido Lanzara, direttore sanitario di ‘Merry House’, centro polispecialistico che conta circa 200 posti letto – hanno la possibilità di condurre e sperimentare, per un totale di 6 settimane, la ‘vita di reparto’, in un Rsa che ospita soprattutto pazienti con demenza senile. Nell’ambito dei progetti scuola-lavoro è il primo in campo sanitario”.
“Negli ultimi anni ci siamo chiesti cosa fosse possibile fare in più rispetto alla gestione ‘di base’ dei nostri pazienti: abbiamo deciso di sperimentare una convenzione con l’istituto professionale socio-sanitario di Acilia (con studenti dai 13 ai 19 anni), portando i ragazzi in un ambiente comunque protetto, ma guidandoli in un percorso di crescita”, racconta.

“La mattina dalle 8.30 alle 13.30 – prosegue Lanzara – gli studenti vengono da noi, fanno un ‘briefing’ con i nostri specialisti e poi si dedicano ai pazienti. E’ stato incredibile vedere come giovani tutti ‘chat e smartphone’, e a prima vista poco interessati alla vita, abbiano invece abbandonato subito il telefonino e si siano gettati a capofitto nella relazione con gli anziani, proponendo idee, instaurando dialoghi, portando fotografie”.

Da parte loro, gli anziani ospiti della Rsa sono rifioriti: “Sotto il profilo tecnico i livelli di riattivazione psichica sono stati superlativi. Pazienti da tempo ‘lontani’ dalla realtà, privi di stimoli, hanno ritrovato nuova energia, si sono legati ai ragazzi, li cercano, si vestono a tono per accoglierli. Un circuito virtuoso che ci porta ad avere l’obiettivo di estendere questo bellissimo progetto di ‘enclave’ di affetto familiare”, conclude il medico.

Fonte: Adnkronos