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Legge 104

Giorno di permesso 104: commissioni per il disabile

Improprio utilizzo dei permessi 104: si può fare la spesa, acquistare le medicine e ritirare la pensione? Le attività che si possono fare durante il giorno di assenza dal lavoro.

Se c’è un tema, nell’ambito delle controversie tra dipendenti e aziende, che ha occupato maggiormente i nostri tribunali – oltre, ovviamente, ai consueti licenziamenti – è l’uso indebito dei giorni di permesso della legge 104, quelli cioè destinati ad assistere un familiare disabile. Questo perché tre giorni al mese di assenza giustificata dal lavoro e, per giunta, retribuita fanno gola a tutti. Anche chi ha un parente portatore di handicap non sfugge alla tentazione, in questi momenti di pausa dal lavoro, di fare qualcosa per se stesso.

Ma la sorpresa è che una piccola finestra nella giornata, per fare la spesa o badare alle proprie incombenze, è sicuramente legittima.

Lo ha detto la Cassazione due anni fa quando ha ricordato che ormai è stata abolita l’assistenza continuativa per chi gode dei benefici della legge 104. Il che significa che non si deve stare 24 ore su 24 a fare da “badanti”.

Mettiamo però il seguente caso: proprio nel frangente in cui il lavoratore, in uno dei giorni in cui usufruisce del permesso 104, va a svolgere delle faccende per il familiare disabile incontra il capo o uno dei superiori. Gli viene subito contestato il fatto di essere fuori dalla dimora di colui che invece dovrebbe assistere; e così viene licenziato.

Ebbene, un provvedimento di tale tipo è legittimo? Durante il giorno di permesso della 104 è lecito svolgere commissioni per il disabile?

Ecco che la risposta viene, anche in questo caso, fornita dalla Cassazione.

Con una pronuncia di poche ore fa la Suprema Corte è tornata sul tema dei pedinamenti ai beneficiari della legge 104 effettuati e dell’uso distorto che di tali permessi viene spesso fatto.

L’abuso dei permessi della legge 104 è e resta un illecito sia civile (passibile di licenziamento) che penale (per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, in questo caso lo stipendio versato dall’Inps).

Il punto però è trovare un equilibrio tra lo scopo per il quale il beneficio in questione è stato previsto dalla legge – ossia garantire assistenza a chi è portatore di handicap – e le necessità personali di chi ha un familiare disabile, situazione che lo obbliga a un tour de force, impedendogli, dopo il lavoro, di avere un po’ di tempo per sé o per la propria famiglia (visti gli impegni che l’assistenza comporta ogni giorno). Per questo la Corte ha detto che chi beneficia di uno o più giorni di permessi retribuiti dal lavoro ai sensi della legge 104 può dedicare una parte della giornata anche “ai propri affari” purché non snaturi la sostanza di tali permessi e non dimentichi totalmente il familiare invalido.

Se ciò vale per il lavoratore, a maggior ragione deve valere anche per il portatore di handicap.

Del resto l’assistenza al familiare disabile non va intesa in modo riduttivo come mera assistenza personale presso la sua casa ma comprende tutta una serie di attività che il soggetto non può compiere come ad esempio, fare la spesa o effettuare prelievi e versamenti in banca, acquistare le medicine, provvedere al ritiro della pensione, ecc.

L’abuso dei permessi si configura solo quando tutta o gran parte della giornata viene destinata a scopi personali come nel caso di chi viene sorpreso a fare il ponte o una scampagnata con gli amici o comunque a dedicarsi ad attività ludiche.

Il comportamento del lavoratore che si avvale del permesso di cui all’articolo 33, della legge 104/92 non per l’assistenza al familiare, bensì per attendere ad altra attività, integra l’ipotesi di abuso di diritto, giacché tale condotta si palesa nei confronti del datore di lavoro come lesiva della buona fede, privandolo ingiustamente della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente e integra, nei confronti dell’ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità e uno sviamento dell’intervento assistenziale

Al contrario non si può licenziare il dipendente pedinato da un investigatore privato e avvistato a compiere commissioni nell’interesse del parente disabile.

Nel caso di specie è stato ritenuto illegittimo il recesso dell’azienda dal rapporto di lavoro intimato perché il lavoratore, negli orari di fruizione dei permessi 104, si era recato a fare la spesa o presso gli sportelli delle Poste o intrattenuto a chiacchierare con un amico geometra di un’infiltrazione nell’appartamento della madre. Tali attività erano state svolte nell’interesse del parente disabile.

 

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Sollevare e muovere l’anziano

La capacità di spostarsi autonomamente garantisce al malato l’opportunità di fare esercizio, rimanere in forma e mantenere un certo grado di indipendenza. Passeggiare e svolgere una qualsiasi attività fisica migliora la circolazione e promuove un senso generale di benessere.

La ginnastica, inoltre, aiuta a contrastare l’irrigidimento delle articolazioni, la diminuzione delle masse muscolari e la decalcificazione ossea. Può accadere che il malato non sia interessato a muoversi e che quando gli suggeriamo di fare qualcosa abbia difficoltà a capire. A rendere difficoltoso il movimento possono poi contribuire vari problemi fisici. Tuttavia, con la perseveranza e l’incoraggiamento possiamo riuscire a mantenerlo attivo e più indipendente. Anche l’assistenza potrebbe diventare meno faticosa e meno impegnativa a livello emotivo.

 

Quando l’anziano non è motivato a muoversi o trova difficile alzarsi dalla sedia, può essere necessario incoraggiarlo e aiutarlo. Talvolta può aver bisogno di incoraggiamento anche per portare a termine un’azione già iniziata. È utile stimolarlo ogni tanto con frasi del genere: “Molto bene, adesso attaccati alla maniglia” oppure: “Ce l’hai quasi fatta, coraggio!”. Se trova difficile camminare o compiere una determinata azione, possiamo cercare di scomporla in movimenti più semplici. Questo richiederà più tempo, ma dovremo evitare di fargli premura.

Non deve sorprendere il fatto che alcuni di essi non collaborino quando si cerca di farli camminare. È possibile che non capiscano le nostre intenzioni o che non amino essere trattati come un oggetto. Se ci avviciniamo in modo calmo, rilassato, sorridendo e gli spieghiamo lentamente ciò che pensiamo di fare, con ogni probabilità lo troveremo più collaborativo.

Anche se non comprende quello che gli stiamo dicendo, il tono della nostra voce e l’espressione del volto gli sembreranno rassicuranti. Si può anche cercare di spiegargli ciò che intendiamo in modo diverso, ad esempio mimando l’azione o guidando con delicatezza i suoi movimenti. Talvolta semplicemente è possibile che non si senta di alzarsi: allora è preferibile lasciarlo stare per un po’ e riprovare più tardi. Aiutare ad alzarsi qualcuno che non vuole farlo diventa un compito inutilmente arduo e faticoso.

Per far ciò necessario sincerarsi che il pavimento non sia scivoloso, non ci siano per terra tappetini flosci, fili elettrici o altro; che non ci siano in giro mobili traballanti o oggetti che possano ostacolare il movimento o causare incidenti. Gli anziani tendono ad essere malfermi sulle gambe e talvolta hanno problemi di vista. Bisogna assicurarsi che né noi né lui abbiamo ai piedi scarpe che scivolano.

Corrimano o maniglie di sostegno su entrambi i lati delle scale e in alcune stanze (ad esempio nel bagno e accanto al water) sono certamente utili. Anche il girello può essere di aiuto. È bene, se possibile, modificare i mobili in modo che non creino problemi: ad esempio aumentare l’altezza della sedia e della testata del letto, rialzare la seduta del water.

 

Non bisogna mai cercare di trasportare una persona da soli, perché potremmo danneggiare seriamente noi stessi e lui. Anche sorreggere qualcuno che è molto pesante e non collabora può essere rischioso, se non si usa la massima attenzione.

Ecco perché è importante chiedere consiglio ad un fisioterapista o ad altro professionista sul modo più sicuro di sollevare e sorreggere una persona. Le seguenti indicazioni possono essere utili, ma è bene assicurarsi che ci sia sempre qualcuno che ci possa aiutare.

Posizioniamoci a gambe leggermente divaricate e con i piedi saldamente piantati per terra. Pieghiamoci sulle ginocchia e sulle anche. Cerchiamo di stare molto vicino alla persona e spieghiamole che cosa deve fare. Dobbiamo agire sempre lentamente e non sollevarla finché non siamo perfettamente a posto.

Per non danneggiare la colonna vertebrale, dobbiamo cercare di evitare movimenti di torsione, modificando eventualmente la posizione dei mobili o procedendo per gradi.

Non dobbiamo mai tirare per le braccia l’altra persona, poiché potremmo danneggiarle le spalle.

  • Infine, accertiamoci in anticipo che lo spazio circostante sia sufficiente e che non vi siano ostacoli sul percorso. Se in qualsiasi momento ci accorgiamo che lo sforzo è eccessivo dobbiamo fermarci e chiedere aiuto.

Aiutare una persona ad alzarsi dalla sedia:

È più difficile sollevarsi da una sedia bassa. Se la sedia è troppo bassa per l’anziano, può essere utile mettervi sopra un cuscino. Una sedia con solidi braccioli lo aiuterà a far da solo più a lungo.

Per prima cosa, dobbiamo invitare il malato a tirarsi avanti, verso il bordo della sedia. Deve tenere i piedi fermi a terra, uniti e leggermente indietro. Se può collaborare, possiamo aiutarlo in questo modo: mettiamoci a lato della sedia e afferriamogli la mano dalla nostra parte, palmo contro palmo; con l’altra mano prendiamolo saldamente sotto l’ascella opposta. Ora possiamo reggerlo mentre si alza.

Se invece non è in grado di collaborare, è meglio che ci mettiamo di fronte a lui, gli facciamo posare le braccia sulle nostre spalle (non attorno al collo) e appoggiamo le nostre mani sul suo dorso, all’altezza della vita. Le nostre ginocchia devono essere contro le sue e i nostri piedi bloccare i suoi. Se sentiamo che lo sforzo è eccessivo, è meglio non proseguire. La cosa migliore in tal caso è di lasciare seduto e cercare un aiuto.

Aiutare una persona a scendere dal letto:

Aiutiamolo a spostarsi verso il bordo del letto, dalla parte dove siamo noi. Facciamogli sollevare le gambe e facciamogliele spostare fuori dal letto, fino a che si metta seduto con i piedi appoggiati saldamente a terra. Procediamo poi come per aiutarlo ad alzarsi dalla sedia.

 

Aiutare una persona ad alzarsi da terra

Se invece si trova a terra in seguito a una caduta, accertiamoci anzitutto che non si sia fatto male. Se pensiamo che sia ferito, dobbiamo cercare di metterlo comodo e poi cercare aiuto.

Se non è ferito possiamo aiutarlo ad alzarsi in questo modo: mettiamogli accanto una sedia robusta; aiutiamolo a inginocchiarsi e a mettere una mano sulla sedia, appoggiandosi ad essa. Ora con una mano afferriamo la sua e con l’altra prendiamolo sotto il braccio vicino al tronco; poi incoraggiamolo a fare pressione con la mano che tiene appoggiata sulla sedia, mentre noi lo aiuteremo ad alzarsi in piedi.

Se ci riesce difficile, è meglio non insistere perché potremmo fargli più male che bene. Se è incapace di collaborare o è troppo pesante (e il pavimento è caldo e confortevole), gli daremo una coperta e un cuscino e lo lasceremo lì finché non avremo trovato aiuto.

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Cervello più giovane

Una notizia buona, una semi-cattiva. La prima è che la vitamina B12 aiuta il cervello, soprattutto quello dei più anziani. Merito della relazione positiva tra memoria e assimilazione del nutriente.

Ma di quanta B12 ha bisogno il nostro organismo per “ricordare”?

La notizia semi-cattiva è che è ancora presto per stabilire se “troppa” vitamina possa, alla fine, anche far male. La capacità di rallentare la degenerazione delle cellule cerebrali è stata descritta in una ricerca internazionale coordinata dell`Università di Oxford, pubblicata su Neurology, misurando il cervello di un gruppo di volontari. Sulle quantità, il problema resta.

I medici britannici hanno tenuto sotto osservazione 107 ultra-sessantenni divisi in tre gruppi, ognuno dei quali con livelli diversi di concentrazione di B12, presente nel fegato e nei reni. Nessuno, però, aveva manifestato ancora problemi di perdita di memoria. Quindi nei successivi cinque anni hanno sottoposto i volontari alle analisi del sangue e ad esami per misurare la grandezza del cervello e hanno notato che la massa cerebrale si riduceva quando c`era meno vitamina in circolazione.

Un cervello più piccolo vuol dire meno attività cerebrale e quindi meno memoria.
Gli anziani sotto il “livello di sicurezza” avrebbero, quindi, sei volte più probabilità di perdere la memoria. In ogni caso, Smith ha assicurato che “la dieta può rallentare i processi di danneggiamento dell`attività cerebrale, forse addirittura può ridurre il rischio di sviluppare la demenza senile, di solito associata al problema della perdita di memoria, anche se sono necessari studi ulteriori per confermare quest`ultima ipotesi”.

Quindi spazio a uova, pesce, formaggio, latte e carni, “miniere” naturali di cobolamine (altro nome delle molecole conosciute come vitamine del complesso B12).

Qualche perplessità sugli integratori. Indispensabili ad esempio per chi pratica una dieta vegetariana, non è ancora del tutto chiaro se un loro abuso possa portare a ribaltare gli effetti positivi. In attesa di sciogliere i dubbi, i ricercatori consigliano una “”una dieta bilanciata” capace di garantire una migliore qualità della vita.

E, da non dimenticare, anche una memoria di ferro.

 

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Vitamina B12

 

Legame occhi-reni

Quando si è affetti da patologie renali in fase avanzata o da insufficienza renale, possono insorgere problemi agli occhi senza, però, dare alcun segnale di preavviso. Pertanto, è molto importante fare dei controlli oculistici periodici che possano valutare la funzionalità della vista e la salute dell’occhio, per evitare di comprometterla in maniera permanente.

Occhi secchi, rossi e doloranti. Sono questi i sintomi che possono insorgere quando vi è una disfunzione della lacrimazione: la causa è da ricercarsi in un eccesso di calcio e di fosfato che, depositandosi negli occhi, causano irritazione.

Spesso, sono proprio le malattie renali a causare questi disturbi che possono colpire la congiuntiva, la cornea e la sclera. Dunque, può essere utile controllare i livelli ematici di calcio e fosfato e mantenere gli occhi umidi con gocce oculari lubrificanti. Ovviamente, non sono solo le malattie renali a causare questi sintomi. Per questo motivo, è necessario consultare un oculista per trovare la giusta causa. È bene però sottolineare che vi sono anche altre patologie che possono essere determinate da malattie renali, in particolare:

  1. Retinopatia diabetica– Si verifica quando il diabete e/o l’ipertensione arteriosa danneggiano i piccoli vasi sanguigni nella retina. La retinopatia diabetica progredisce nel tempo e non si manifesta con sintomi fino a quando la visione non ne risente. A volte i vasi danneggiati formano un tessuto cicatriziale che causa distacco della retina. Il distacco della retina può portare a perdita della vista o cecità e deve essere trattato immediatamente. Se si verificano improvvisi cambiamenti della vista come luci lampeggianti o punti scuri, il consiglio è di rivolgersi immediatamente al medico o all’ospedale.
  2. Glaucoma– Si verifica quando il liquido si accumula all’interno dell’occhio, senza essere ben drenato: ciò causa un aumento della pressione intraoculare che va a premere sui i vasi sanguigni che portano ossigeno e sostanze nutritive al nervo ottico posizionato nella parte posteriore dell’occhio. In questi casi, il rischio che il nervo ottico si danneggi è molto alto. Non è un caso, dunque, che si verifichi una perdita della vista parziale o totale. E, purtroppo, l’ipertensione e il diabete possono essere fattori di rischio per il glaucoma, così come la stessa dialisi.
  3. Edema  oculare– Quando vi è insufficienza renale, i reni non riescono a filtrare il sangue in modo ottimale, così come a regolare la pressione sanguigna. Generalmente, filtrando il sangue, l’eccesso di acqua viene eliminato dai tubuli renali. Quando i tubuli renali sono danneggiati, però, i filtri smettono di funzionare al meglio, determinando un accumulo di liquidi alla base dell’edema oculare. Solitamente l’edema si manifesta a livello degli occhi che, soprattutto al mattino, appaiono gonfi. Il disturbo passa poi a livello degli arti, specialmente quelli inferiori e, man mano che la malattia peggiora, a tutto il resto del corpo.

Ovviamente, solo un esame accurato della vista mostrerà eventuali disturbi visivi o malattie degli occhi. Tra i segni che potrebbero indicare disturbi di questo tipo troviamo sicuramente:

  • Visione sfocata, doppia o appannata
  • Dolore o pressione in uno o entrambi gli occhi
  • Problemi nel vedere le cose con la coda dell’occhio
  • Luci fluttuanti o lampeggianti
  • Punti neri nel campo visivo

Controllare l’ipertensione e il diabete è dunque fondamentale, sia per i reni sia per gli occhi. Seguire le raccomandazioni del proprio medico per dieta, esercizio fisico, controlli periodici e assunzione di farmaci è altrettanto importante per mantenere un equilibrio anche quando si è affetti da una malattia cronica e debilitante.

Insomma, controllare i livelli di glucosio e la pressione del sangue è un modo per prendersi cura anche dei propri occhi! Ovviamente, anche smettere di fumare è un passo indispensabile, per scongiurare il rischio di cataratta e glaucoma.

 

 

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IPERTENSIONE

                                                                               Ipertensione

 L’ipertensione è una patologia molto diffusa caratterizzata da pressione alta; se non curata, l’ipertensione aumenta con il rischio di patologie cardiovascolari e ictus, quindi è fondamentale. La pressione sanguigna è dovuta alle pulsazioni del cuore, che normalmente generano una spinta, o pressione, sufficiente a far scorrere il sangue in tutto il corpo; nell’ipertensione, tale spinta è superiore alle normali esigenze dell’organismo.

 

L’ipertensione arteriosa è una condizione frequente che, come hanno dimostrato molti studi epidemiologici, rappresenta un importante fattore di rischio di malattie vascolari (ischemia cardiaca quale angina e infarto, attacchi ischemici cerebrali e ictus, parkinson e demenza vascolare, aneurismi e arteriopatie obliteranti).

 

L’organizzazione mondiale della sanità consiglia il valore prudenziale di 120/80 mmHg, al posto della credenza ormai archiviata dei 100mmHg a cui sommare l’età.

La pressione sanguigna è dovuta alle pulsazioni del cuore, che normalmente generano una spinta, o pressione, sufficiente a far scorrere il sangue in tutto il corpo. L’ipertensione è causata da una spinta superiore alle normali esigenze dell’organismo. Le cause che scatenano l’ipertensione possono essere:

 

  • Obesità
  • storico genetico familiare caratterizzato da ipertensione
  • cibi salati
  • dieta povera di frutta e verdura
  • poco esercizio fisico
  • caffè
  • alcool
  • età uguale o maggiore a 65
  • stress
  • malattie renali
  • diabete
  • restringimento delle arterie
  • sindrome di Cushing (una condizione in cui il corpo produce un eccesso di ormoni steroidei)
  • lupus
  • assunzione di pillola contraccettiva orale
  • droghe

 

Quali sono i sintomi dell’ipertensione?

In alcuni rari casi, in cui una persona è soggetta a ipertensione, si possono verificare sintomi quali:

  • mal di testa persistente
  • visione offuscata o doppia
  • sangue dal naso
  • mancanza di respiro

Come è diagnosticata l’ipertensione?

La diagnosi di ipertensione si basa sulla misurazione della pressione arteriosa, eseguita da personale specializzato. La diagnosi di ipertensione inoltre si può verificare attraverso degli esami del sangue e delle urine. E’ importante servirsi di un misuratore della pressione sanguigna che sia affidabile e dia letture precise. I valori normali di pressione dovrebbero essere inferiori a 80-90 mmHg per la pressione minima e 120-140 mmHg per la massima.

 

L’ipertensione può essere prevenuta:

  • mangiando in modo sano
  • mantenendo un peso sano
  • facendo regolare esercizio fisico
  • bevendo alcolici con moderazione
  • riducendo la quantità di sale nel cibo
  • mangiando molta frutta e verdura
  • eseguendo terapie di rilassamento
  • gestendo dello stress con la meditazione o lo yoga
  • eseguendo terapie cognitivo-comportamentali

Come si cura l’ipertensione?

In natura i soggetti affetti da ipertensione possono combatterla sia con uno stile di vita sano, sia mediante combinazione di farmaci. La maggior parte dei farmaci usati per trattare l’ipertensione possono produrre effetti collaterali, come:

  • sonnolenza
  • dolori renali
  • tosse secca
  • vertigini
  • debolezza

Articolo a cura di Cardiologia, Nefrologia Curatore scientifico: Dr. Leon Bertrand

 

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Incapacità di riconoscere persone e cose

Consigli sulla perdita di memoria dei nostri cari

“Quando vado a trovare mia moglie in ospedale, lei parla di me e di cose che abbiamo fatto insieme, come se stesse parlando di me con qualcun altro. La cosa mi rattrista, ma al tempo stesso mi rendo conto che lei non mi ha affatto dimenticato. Io sono sempre nel suo cuore, soltanto che il suo cervello non mi riconosce”.

Quando una persona non riesce a riconoscere le persone e gli oggetti, possiamo pensare che si tratti di un problema di memoria, di uno stato confusionale o della vista. In alcuni casi è proprio così. C’è però un’altra possibilità: la difficoltà potrebbe essere dovuta al fatto che, suo malgrado, non riesce a collegare e dare un senso a ciò che vede e ciò che ricorda: i due tipi di informazioni non coincidono più. Questo problema viene anche definito “agnosia”.

La conseguenza è che a volte non riconosce le persone o usa gli oggetti in modo improprio; questo può rendergli la vita molto difficile e aumentarne l’isolamento e la paura, in quanto i familiari vengono percepiti come estranei.

Tutto ciò può essere motivo di inquietudine per le altre persone, che osservano un comportamento strano e di tristezza per gli amici più stretti e i parenti, specialmente quando il soggetto non li riconosce. Tuttavia, è spesso possibile aiutarlo a capire chi sono le persone, che cosa sono gli oggetti e come si usano.

 

Come affrontare l’incapacità di riconoscere persone e cose?

  • Spiegare che cos’è un oggetto e chi è una determinata persona, se ci sembra necessario.

Per quanto riguarda gli oggetti, può darsi che la soluzione più semplice sia quella di dargli la cosa giusta e spiegargli o fargli vedere come si usa, senza sottolineare l’errore. Se non accetta la nostra spiegazione, non serve a nulla discutere. D’altro canto, è utile talvolta segnalare le diverse caratteristiche dell’oggetto o delle persone (il colore, la forma, il timbro della voce, ecc.).

Se la persona affetta da demenza non riconosce qualcuno o confonde i nomi delle persone in una conversazione, si può provare a spiegargli chi sono veramente – ed è quello che di solito facciamo automaticamente. Non sempre però è necessario, perché il risultato può essere quello di porre l’accento sull’errore. Inoltre, poiché è probabile che dimentichi pochi secondi dopo, può essere anche fatica sprecata.

È perciò preferibile rispettare il suo modo di vedere, ignorare l’errore e prestare attenzione a quello che vuole dire. Se non riconosce qualcuno, può sentirsi impaurito o preoccupato; in tal caso, l’importante è dargli sicurezza. In fin dei conti, se non riesce a riconoscere una persona familiare, si deve sentire come circondato da estranei e non sa nemmeno se di questi estranei può fidarsi.

  • Dargli l’oggetto giusto, se lui ha preso quello sbagliato
  • Rispettare il suo modo di vedere, evitando correzioni inutili
  • Non enfatizzare l’errore
  • Cercare di non offendersi se non ci riconosce

Non essere riconosciuti è una cosa che ci può ferire profondamente, ma dobbiamo ricordare che ciò non significa necessariamente che la persona affetta da demenza ci ha dimenticato o ci rifiuta. È infatti possibile che possegga teneri ricordi di noi e senta la nostra mancanza, anche se noi siamo presenti.

 

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Lettera di un padre anziano al figlio

Lettera di un padre anziano al figlio

 

Se un giorno mi vedrai vecchio: se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi… abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo. Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere… ascoltami, quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi. Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare… ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno. Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc; quando ad un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso… dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti. Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi. Quando dico che vorrei essere morto… non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive. Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te. Ti amo figlio mio.

 

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Anziani, soggetti attivi di welfare

Anziani, soggetti attivi di welfare: “Non chiamiamoli “vecchi” perché non lo sono e possono ancora dare contributi importanti”

Dopo due anni dal Patto Federativo per la loro tutela, la Camera dei Deputati ha fatto il punto sulla situazione. Negli ultimi anni è cresciuto il numero degli anziani che si dedicano al volontariato. “Nella nuova piramide della popolazione – ha spiegato lo scienziato Edoardo Boncinelli – c’è abbondanza di persone di una certa età in ottima forma fisica e mentale”. Cambiare mentalità

A due anni dal Patto Federativo a tutela degli anziani, la Camera dei Deputati ha fatto il punto sulla situazione degli anziani, intesi come soggetti attivi di welfare, “custodi dei luoghi d’arte”, “ponti generazionali nel mondo del lavoro”, “supporto per i giovani nella scuola e nella professione”.

Negli ultimi anni è cresciuto sempre più il numero degli anziani che si dedicano al volontariato: “Nella nuova piramide della popolazione – ha spiegato lo scienziato Edoardo Boncinelli – abbiamo un’abbondanza di persone di una certa età che ormai non ha più nemmeno senso chiamare “vecchi”, perché spesso sono in ottima forma fisica e mentale. Bisogna cambiare mentalità, adeguare le strutture sociali a questa nuova presenza, dare a queste persone una nuova motivazione perché senza motivazione non si vive. Bisogna dare loro un nuovo ruolo sociale”.

I numeri. Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione ha dimensioni planetarie e irreversibile. Secondo l’ISTAT, in Italia abbiamo, assieme ai francesi, la più alta speranza di vita nell’Unione Europea: 80,6 anni per gli uomini e 85,1 per le donne. Il miglioramento delle condizioni medie di salute è già avanzato: non siamo lontani dal traguardo di mantenere attiva la grande maggioranza della popolazione fra i 75 e gli 80 anni. “Ci vorrà tempo, ma bisogna cominciare. Poiché l’allungamento della vita è avvenuto poco per volta, quasi nessuno se ne è accorto ma ora è tempo di fare qualcosa”, ha aggiunto Boncinelli.

Il Patto Federativo a tutela degli anziani. E’ nato nel febbraio 2015 per promuovere in modo più efficace gli interessi ed i diritti degli anziani, in un contesto di dialogo fra le generazioni. Tra gli obiettivi, realizzare studi, elaborare proposte concrete per le istituzioni al fine di valorizzare e quantificare il valore prodotto e trasferito dagli anziani alla società.

Le esperienze:

-Nelle Marche, l’Associazione Nazionale Lavoratori Anziani Onlus, ha creato un gruppo di clown-animazione nei Centri diurni per malati di Alzheimer, nelle case di cura, nei reparti di medicina, chirurgia, geriatria e pediatria degli ospedali di San Benedetto del Tronto e nei paesi limitrofi. Il gruppo di clown animazione comprende una trentina di persone ed è sempre aperto e disponibile ad accogliere nuovi volontari.

– A  Napoli  sono nate le “Agenzie di Cittadinanza” ed il “Pronto Intervento Sociale”,  sviluppato da una decina di associazioni di volontariato.  Basta telefonare allo 081 5781969 (numero dedicato) e nel giro delle 48 ore un volontario si presenta a domicilio. Gli interventi vanno dall’accompagnare gli anziani in ospedale, in farmacia o a ritirare la pensione, fino al disbrigo pratiche di ogni natura e difficoltà (invalidità civile, contrassegno auto per disabili, apertura conti corrente, riduzione Tarsu, social card…). Si stanno moltiplicando anche i  convegni medico sanitari per un invecchiamento attivo, decine corsi di alfabetizzazione informatica ed attività ricreative.

– A Bologna, l’ANLA Onlus ha avviato dal 2007, in collaborazione con la divisione di nefrologia dell’Ospedale Sant’Orsola Malpighi, un servizio per gli anziani in dialisi: dal lunedì al sabato,  in due turni, il pulmino di ANLA va a prendere i pazienti a casa e li riporta indietro.

I medici pensionati. Attività di volontariato sono nate anche nella Federspev (rappresenta oltre 20mila medici, farmacisti e veterinari in pensione) che ha dichiarato di voler sostenere “qualsiasi progetto di legge che consideri le professionalità in pensione una risorsa per il Paese”.  Tra le varie proposte, l’idea di affiancare i medici di base per il trattamento di pazienti anziani,  assicurando una presenza capillare nelle periferie e nei piccoli centri e visite domiciliari e specialistiche per pazienti in difficoltà economiche. A tal proposito, la Federspev sta realizzando una banca dati per registrare le disponibilità ad impegnarsi anche in progetti di Cooperazione. In Etiopia, hanno già fondato ed attrezzato un ospedale per bambini di 90 posti letto a Gambo; a Rapi, una clinica con reparto ostetrico dove ogni anno nascono 350 bambini; case per lebbrosi a Shasemane; ad Alaba, una clinica per ragazzi ciechi a causa del tracoma, malattia che, se non curata in tempo con un semplice collirio, porta alla cecità nel giro di tre mesi.

Un investimento necessario. “L’immagine che l’anziano sia solamente un “consumatore” di risorse pubbliche, oltre che sbagliata è fuorviante”, sostiene Edoardo Patriarca, componente della XII Commissione (Affari Sociali) e primo firmatario della proposta di legge “Misure per favorire l’invecchiamento attivo della popolazione attraverso l’impiego delle persone anziane in attività di utilità sociale e le iniziative di formazione permanente”.   “Prendersi cura della fragilità – continua – è per il nostro Paese “un investimento” perché mediante pratiche di invecchiamento attivo da un lato si contribuisce al benessere dei “più avanti in età”, dall’altro si ha un ritorno in termini di welfare oggi davvero importante”.

 

@Copiright Repubblica.it

Anziani, 2,5 milioni scelgono la domiciliarità: ecco come cambia l’assistenza

ROMA – Case di riposo, assistenti familiari, assegni di cura, assistenza domiciliare: in Italia 2,5 milioni di anziani ricorrono alla domiciliarità, mentre poco più di 278 mila trovano assistenza nelle strutture.

Un modello questo che, secondo Auser, “sta mostrando forti limiti di inadeguatezza”. L’organizzazione ha monitorato il cambiamento dell’assistenza agli anziani nel nostro paese con un’indagine – “Domiciliarità e Residenzialità per l’invecchiamento attivo” – che fotografa “senza sconti” il cambiamento demografico in atto e come vengono assistiti gli anziani. La ricerca sarà presentata giovedì 9 febbraio alla Camera dei deputati.

Un cambiamento demografico, spiega Auser, che è già sotto i nostri occhi. In Italia nel 2011 le persone con più di 65 anni erano più di 12 milioni, il 20,5 per cento del totale della popolazione. E secondo i dati Eurostat siamo il paese europeo più vecchio, con oltre il 20 per cento della popolazione con oltre 65 anni. Le previsioni per il futuro, inoltre, non mostrano inversioni di tendenza: sempre secondo l’Istat, nel 2050 gli anziani saranno oltre 21 milioni, cioè il 34 per cento della popolazione.

Oltre a dati aggiornati su domiciliarità e residenzialità, il testo conterrà anche un pacchetto di proposte concrete su come affrontare l’invecchiamento della popolazione e garantire un efficace sistema di cura a lungo termine per gli anziani di oggi e per quelli di domani. Una serie di proposte che vanno dall’esigenza di rendere le città “amiche degli anziani”, a partire dalle abitazioni e passando per i quartieri, al garantire risorse adeguate agli enti territoriali e una serie di servizi e facilitazioni che possano rendere migliore la vita degli anziani.

A presentare lo studio, nella cornice della sala Aldo Moro di Montecitorio, oltre ai presidenti di Abitare e Anziani e Auser, Marco Di Luccio e Enzo Costa, e alla curatrice Claudio Falasca, anche Edoardo Patriarca, il presidente Inps Tito Boeri, il sociologo Andrea Volterrani, il presidente Regione Lazio Nicola Zingaretti (in attesa di conferma), Ivan Pedretti, Segretario Generale Spi Cgil e Susanna Camusso, Segretaria Generale Cgil. A moderare l’incontro sarà Giovanni Anversa, giornalista Rai.

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Malati oncologici e assistenza domiciliare

Se la persona malata vive da sola oppure la sua famiglia non è nelle possibilità di provvedere alla sua assistenza, è possibile richiedere dalla ASL l’intervento dei servizi di assistenza domiciliare o un supporto delle associazioni di volontariato operanti sul territorio.

L’ AiMac, l’Associazione Italiana Malati di Cancro, fornisce, all’interno dei reparti oncologici degli ospedali, e anche online, un servizio di informazione per i malati di tumore e per le loro famiglie, concretizzando il messaggio secondo cui “L’informazione è la prima medicina”.
Per fare questo, l’associazione ha realizzato una serie di libretti e guide su come affrontare la malattia sotto vari aspetti (psicologico, terapeutico ecc.): da quello che titola “il tumore negli anziani e il ruolo del caregiver” estrapoliamo alcune informazioni per trattare il tema dell’assistenza domiciliare al malato oncologico.

L’ASSISTENZA DOMICILIARE – L’assistenza domiciliare è un servizio che rientra nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), quindi erogato dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta delle cosiddette “cure domiciliari”, ovvero percorsi assistenziali stabiliti in base al quadro clinico del paziente, che vengono forniti presso il suo domicilio. I destinatari sono persone non autosufficienti, ma anche anziani e persone con disabilità o persone con patologie croniche. Può consistere in diverse funzioni: dalla consegna dei farmaci a domicilio, alla presenza giornaliera di un medico o infermiere o quant’altro. Il servizio viene erogato con modalità diverse: dipende all’organizzazione dei servizi territoriali della propria ASL e regione.

COME CHIEDERE L’ASSISTENZA DOMICILIARE – La domanda deve essere presentata al servizio distrettuale della propria ASL da parte del malato o da chiunque si occupi di lui (familiari, medici di medicina generale, medici ospedalieri, servizi sociali, medico di famiglia). La domanda si compone di due moduli: uno da compilare dal richiedente (malato o famigliare) e l’altro dal medico curante. Successivamente, un’apposita commissione di valutazione multidisciplinare esaminerà la domanda, e in caso di parere positivo si predisporrà un piano assistenziale personalizzato.

CHI E DOVE SI PUO’ CHIEDERE ASSISTENZA – E’ importante ricordare che l’assistenza domiciliare non assicura un supporto continuativo di 24 ore, ma avviene in giorni e orari stabiliti. Dunque la situazione in cui questa assistenza può essere consigliata può essere quella nella quale il malato vive da solo ma è autosufficiente e quindi in grado di provvedere a se stesso nelle funzioni principali (ed è in grado di rimanere da solo in alcuni periodi della giornata). I servizi dell’assistenza domiciliare dipendono da regione a regione, e pertanto per conoscerne la presenza e le modalità, si consiglia di rivolgersi o all’ASL territoriale competente o, se presente, ad un Punto Unico di Accesso per l’Assistenza Domiciliare. In alternativa, è utile rivolgersi al medico di base o alle associazioni di volontariato più vicine, oppure consultare il sito AIMaC.

ALTRI SERVIZI – Diverso è il discorso se il malato oncologico non è autosufficiente o ha bisogno di una assistenza anche domestica. In quel caso la famiglia può avere la necessità di richiedere un supporto differente, come quello di una colf o di una badante.
Ricordiamo che l’assunzione di un collaboratore domestico ha una prassi da seguire, come specificato nella pagina dedicata del sito INPS. Ricordiamo in particolare che l’assunzione deve essere comunicata all’INPS tramite sito o call center entro un giorno prima dell’inizio del rapporto di lavoro. Inoltre, se l’assistente è un cittadino extracomunitario deve essere in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro non stagionale.
Chi assume un addetto all’assistenza di una persona non autosufficiente può usufruire di una detrazione dall’imposta lorda del 19% delle spese sostenute per la retribuzione degli addetti all’assistenza, fino a un massimo di 2.100 euro l’anno, a condizione che il reddito complessivo non superi i 40.000 euro.

COOPERATIVA SOSTENERTI – La Cooperativa Sostenerti, con esperienza e serietà, garantisce un supporto costante in ogni fase del rapporto con l’assistente, dalla selezione alla conclusione del rapporto di lavoro, fornendo alla famiglia un aiuto a 360°.
Accoglie e decodifica il bisogno espresso, rispondendo con tempestività ricercando e selezionando badanti competenti e professionali. Monitora l’andamento dell’assistenza e fornisce un pronto intervento in caso di ogni necessità.

Per info:
www.aimac.it
Per approfondire
La Guida Aimac “Tumore negli anziani e il ruolo dei caregiver”
Fonte:
disabili.com