Cooperativa Sociale Sostenerti

Assistenza anziani Roma

06-64491625     328-7023754

Come sono attivi i giovani anziani!

La chiamavano terza età e a grandi linee si inquadrava tra il pensionamento e la dipartita, con poche distinzioni, molti stereotipi (declino, noia, disimpegno) e amletiche domande: e ora come passerò il tempo e le giornate? Oggi con il miglioramento delle condizioni di vita quello spazio si è allungato tanto da coprire anche un lungo trentennio di cui è meglio distinguere le fasi. Così quelli della prima fascia, uomini e donne che hanno appena varcato la soglia dei 65 e non ancora quella degli 80 ora si chiamano «giovani anziani».

Sì, un altro ossimoro come lo fu, al tempo, quello dei «giovani adulti», ma è il modo di dare un nome a qualcosa che prima non c’era e adesso c’è. A loro l’Università Cattolica di Milano ha dedicato un’ampia ricerca durata due anni e pubblicata nel volume «L’allungamento della vita. Una risorsa per la famiglia, un’opportunità per la società». Il libro, a cura di Eugenia Scabini e Giovanna Rossi, viene presentato stasera a Milano e oltre ai tanti ricercatori che hanno contribuito con i loro studi ci saranno due categorie rappresentative di questa nuova fascia spesso anche chiamata degli «anziani attivi»: i nonni e i volontari.

Mentre spesso la politica e il mondo del lavoro parlano di rottamazione, soprattutto all’estero la parola chiave è «successful ageing» o «active ageing». Qualcosa di cui bisognerà tenere conto anche qui se è vero che proprio l’Italia, nel corso degli Anni 90, è stato il primo Paese al mondo in cui si è verificato il sorpasso degli over 65 sugli under 15. Qualcosa che non è un problema ma, come suggerisce il titolo del libro, «una risorsa». Come?

DARE E RICEVERE
Uno dei tanti dati che escono dalla ricerca è, per esempio, che i «giovani anziani» intervistati – circa 900 – sono in maggioranza (53,2%) individui che «danno e ricevono», essendo contemporaneamente fonte di aiuto per altri (coniuge/partner, figli/nipoti genitori, vicini, estranei) ma a loro volta beneficiari di aiuto per lo svolgimento di qualche attività. Questi, sommati agli «attivi» (19,10%), fanno sì che tre giovani anziani su quattro, in Italia, siano integrati con la rete amicale e parentale a fronte di una minoranza di «passivi» (16,80) e «isolati» (11%) spesso costretti a essere «non attivi» a causa di cattive condizioni di salute.

UN ESERCITO DI VOLONTARI
In che cosa consiste questa «activity»? Dalla ricerca viene fuori una dimensione variegata che può essere tempo per sé, per gli altri o un po’ per entrambi. Tendenzialmente, quando va verso gli altri lo fa nei modi della nonnitudine o del volontariato. Quest’ultimo, pur non essendo in Italia supportato da iniziative pubbliche, rappresenta una consolidata tradizione con molte associazioni costituite esclusivamente da anziani (Auser, Filo d’Argento, Anteas, Seniornet). E, come documentato dall’ultimo censimento Istat, i volontari anziani sono anche tanti: 703.602 su un totale di 4.758.622, vale a dire il 14,8%.
Altri capitoli della ricerca danno conto dello scambio intergenerazionale materiale (beni e denaro) e immateriale (volontariato ma anche mentoring, insegnamento, impegno politico) che deriva da un invecchiamento attivo e non ripiegato su se stessi, così come da una maggiore «connessione» con il mondo esterno attraverso le nuove tecnologie che coinvolgono sempre più anziani.

RISCHIO BURN-OUT
Tutto bene quindi? No se il «successful ageing» diventa un’ossessione o addirittura una non scelta e finisce che la troppa attività porta a forme di stress molto simili a quelle della vita di lavoro. I ricercatori parlano infatti di «rischio burn-out» anche per i giovani anziani. Sempre dalla ricerca emerge che, per quanto riguarda il volontariato (ma si potrebbe forse applicare anche all’«activity» da nonni) essere attivi non comporta drastiche scelte di vita ma si combina armonicamente con aspetti diversi dell’esistenza e la riorienta sotto il profilo del senso.

Fonte: Lastampa.it

Nessun Commento

Rispondi