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Accompagnamento per anziani

Accompagnamento per anziani: requisiti

 

Quali sono le condizioni per aver diritto all’assegno di accompagno per over 65, come si valuta l’invalidità?

Hai già compiuto l’età pensionabile e ti è stata riconosciuta una grave invalidità? Potrebbe esserti riconosciuto l’assegno di accompagnamento, o accompagno: si tratta di un’indennità erogata dall’Inps a chi ha necessità di assistenza nel compimento degli atti quotidiani della vita o per camminare.

Per chi possiede già l’età necessaria per ottenere la pensione di vecchiaia, la valutazione dell’invalidità ai fini dell’accompagnamento viene effettuata in modo diverso, rispetto a chi è ancora in età lavorativa: in entrambi i casi, però, è necessaria l’impossibilità, o di camminare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, o di compiere gli atti quotidiani della vita. Anche la valutazione della capacità di svolgere gli atti quotidiani della vita, ossia di svolgere le funzioni ed i compiti propri dell’età, è effettuata in modo differente per gli invalidi che hanno compiuto l’età pensionabile.

Le condizioni alla base del riconoscimento dell’accompagno sono l’invalidità e la non autosufficienza. Queste condizioni non vanno confuse tra loro, né con l’handicap, che dà diritto alle agevolazioni della Legge 104.

 

Anche se la procedura per presentare la domanda d’invalidità, Legge 104 e accompagnamento è unica, le condizioni sanitarie alla base delle prestazioni riconosciute sono diverse.

In particolare:

  • l’invalidità è intesa come la riduzione della capacità lavorativa, se l’interessato ha tra i 18 e 65 anni; se l’interessato è minorenne o anziano, il riconoscimento dell’invalidità è parametrato sulle funzioni e compiti propri dell’età;
  • il riconoscimento dell’handicap spetta invece a chi ha una disabilità mentale, motoria o sensoriale tale da impedire o limitare notevolmente l’integrazione sociale, lavorativa, personale e familiare;
  • la non autosufficienza, infine, consiste nell’impossibilità di deambulare o di compiere gli atti quotidiani della vita senza l’aiuto di un accompagnatore.

Quali sono i requisiti per l’assegno di accompagnamento?

L’assegno di accompagnamento, o accompagno, normalmente può essere ottenuto da chi possiede i seguenti requisiti:

  • invalidità civile riconosciuta totale e permanente del 100% accompagnata dall’impossibilità di camminare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore;
  • invalidità civile riconosciuta totale e permanente del 100% accompagnata dall’impossibilità di compiere gli atti quotidiani della vita, con conseguente necessità di un’assistenza continua.

 

L’impossibilità di compiere gli atti quotidiani della vita si realizza quando la persona riconosciuta invalida non riesce a compiere le azioni elementari svolte quotidianamente da una persona normodotata della stessa età.

Per atti quotidiani della vita, nello specifico, si intende l’insieme delle funzioni che normalmente ogni individuo compie ogni giorno: vestirsi, lavarsi, mangiare e preparare i pasti, espletare i bisogni fisiologici, fare la spesa o commissioni di vario tipo, spostarsi nell’ambiente domestico o per raggiungere il luogo di lavoro, svolgere le faccende domestiche, conoscere il valore del denaro, orientarsi nello spazio e nel tempo, essere in grado di provvedere a sé in una situazione d’emergenza e di chiedere soccorso, leggere, mettere in funzione la radio e la televisione, guidare l’automobile per le necessità quotidiane legate a funzioni vitali, etc.

Quali sono i requisiti per l’assegno di accompagnamento per gli anziani?

La valutazione per il diritto all’accompagno è differente per le persone minori di 18 anni e per gli ultra65enni. La legge, difatti, prevede che si considerano mutilati ed invalidi i soggetti che hanno persistenti difficoltà a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età.

 

Il possesso di questi requisiti non dà diritto a un’autonoma attribuzione dell’indennità di accompagno, ma consente di considerare mutilato e invalido chi ha difficoltà a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età, primo requisito necessario per il riconoscimento dell’accompagnamento.  Questo, perché per i minorenni e gli over65 non è possibile basarsi sulla riduzione della capacità lavorativa, quindi non è possibile valutare l’invalidità con le stesse modalità previste per le persone maggiorenni che non hanno compiuto l’età pensionabile.

 

L’invalido al 100% anziano ha diritto all’accompagnamento?

Se hai già compiuto l’età pensionabile, e il verbale della commissione medica ti ha solo riconosciuto il primo dei requisiti necessari all’accompagno, ossia l’invalidità del 100%, valutata non in base alla riduzione della capacità lavorativa, ma sulla base della persistente difficoltà nel compiere gli atti quotidiani della vita, o nel deambulare, non è detto che tu abbia diritto all’accompagno.

 

Come si fa la domanda di accompagnamento per anziani?

Se hai già compiuto l’età pensionabile e vuoi richiedere l’accompagno, puoi usufruire di una nuova procedura semplificata della domanda di accompagnamento per anziani: grazie a questa nuova procedura, puoi comunicare anticipatamente i dati amministrativi per la concessione dell’accompagnamento, anticipando così l’invio all’Inps del modello AP70 senza attendere l’emissione del verbale. Per il diritto all’indennità, dovrai comunque attendere l’esito dei nuovi accertamenti sanitari.

Per l’indennità di accompagno non ci sono limiti di reddito, ma è incompatibile con le indennità che hanno la stessa finalità.

 

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Sollevare e muovere l’anziano

La capacità di spostarsi autonomamente garantisce al malato l’opportunità di fare esercizio, rimanere in forma e mantenere un certo grado di indipendenza. Passeggiare e svolgere una qualsiasi attività fisica migliora la circolazione e promuove un senso generale di benessere.

La ginnastica, inoltre, aiuta a contrastare l’irrigidimento delle articolazioni, la diminuzione delle masse muscolari e la decalcificazione ossea. Può accadere che il malato non sia interessato a muoversi e che quando gli suggeriamo di fare qualcosa abbia difficoltà a capire. A rendere difficoltoso il movimento possono poi contribuire vari problemi fisici. Tuttavia, con la perseveranza e l’incoraggiamento possiamo riuscire a mantenerlo attivo e più indipendente. Anche l’assistenza potrebbe diventare meno faticosa e meno impegnativa a livello emotivo.

 

Quando l’anziano non è motivato a muoversi o trova difficile alzarsi dalla sedia, può essere necessario incoraggiarlo e aiutarlo. Talvolta può aver bisogno di incoraggiamento anche per portare a termine un’azione già iniziata. È utile stimolarlo ogni tanto con frasi del genere: “Molto bene, adesso attaccati alla maniglia” oppure: “Ce l’hai quasi fatta, coraggio!”. Se trova difficile camminare o compiere una determinata azione, possiamo cercare di scomporla in movimenti più semplici. Questo richiederà più tempo, ma dovremo evitare di fargli premura.

Non deve sorprendere il fatto che alcuni di essi non collaborino quando si cerca di farli camminare. È possibile che non capiscano le nostre intenzioni o che non amino essere trattati come un oggetto. Se ci avviciniamo in modo calmo, rilassato, sorridendo e gli spieghiamo lentamente ciò che pensiamo di fare, con ogni probabilità lo troveremo più collaborativo.

Anche se non comprende quello che gli stiamo dicendo, il tono della nostra voce e l’espressione del volto gli sembreranno rassicuranti. Si può anche cercare di spiegargli ciò che intendiamo in modo diverso, ad esempio mimando l’azione o guidando con delicatezza i suoi movimenti. Talvolta semplicemente è possibile che non si senta di alzarsi: allora è preferibile lasciarlo stare per un po’ e riprovare più tardi. Aiutare ad alzarsi qualcuno che non vuole farlo diventa un compito inutilmente arduo e faticoso.

Per far ciò necessario sincerarsi che il pavimento non sia scivoloso, non ci siano per terra tappetini flosci, fili elettrici o altro; che non ci siano in giro mobili traballanti o oggetti che possano ostacolare il movimento o causare incidenti. Gli anziani tendono ad essere malfermi sulle gambe e talvolta hanno problemi di vista. Bisogna assicurarsi che né noi né lui abbiamo ai piedi scarpe che scivolano.

Corrimano o maniglie di sostegno su entrambi i lati delle scale e in alcune stanze (ad esempio nel bagno e accanto al water) sono certamente utili. Anche il girello può essere di aiuto. È bene, se possibile, modificare i mobili in modo che non creino problemi: ad esempio aumentare l’altezza della sedia e della testata del letto, rialzare la seduta del water.

 

Non bisogna mai cercare di trasportare una persona da soli, perché potremmo danneggiare seriamente noi stessi e lui. Anche sorreggere qualcuno che è molto pesante e non collabora può essere rischioso, se non si usa la massima attenzione.

Ecco perché è importante chiedere consiglio ad un fisioterapista o ad altro professionista sul modo più sicuro di sollevare e sorreggere una persona. Le seguenti indicazioni possono essere utili, ma è bene assicurarsi che ci sia sempre qualcuno che ci possa aiutare.

Posizioniamoci a gambe leggermente divaricate e con i piedi saldamente piantati per terra. Pieghiamoci sulle ginocchia e sulle anche. Cerchiamo di stare molto vicino alla persona e spieghiamole che cosa deve fare. Dobbiamo agire sempre lentamente e non sollevarla finché non siamo perfettamente a posto.

Per non danneggiare la colonna vertebrale, dobbiamo cercare di evitare movimenti di torsione, modificando eventualmente la posizione dei mobili o procedendo per gradi.

Non dobbiamo mai tirare per le braccia l’altra persona, poiché potremmo danneggiarle le spalle.

  • Infine, accertiamoci in anticipo che lo spazio circostante sia sufficiente e che non vi siano ostacoli sul percorso. Se in qualsiasi momento ci accorgiamo che lo sforzo è eccessivo dobbiamo fermarci e chiedere aiuto.

Aiutare una persona ad alzarsi dalla sedia:

È più difficile sollevarsi da una sedia bassa. Se la sedia è troppo bassa per l’anziano, può essere utile mettervi sopra un cuscino. Una sedia con solidi braccioli lo aiuterà a far da solo più a lungo.

Per prima cosa, dobbiamo invitare il malato a tirarsi avanti, verso il bordo della sedia. Deve tenere i piedi fermi a terra, uniti e leggermente indietro. Se può collaborare, possiamo aiutarlo in questo modo: mettiamoci a lato della sedia e afferriamogli la mano dalla nostra parte, palmo contro palmo; con l’altra mano prendiamolo saldamente sotto l’ascella opposta. Ora possiamo reggerlo mentre si alza.

Se invece non è in grado di collaborare, è meglio che ci mettiamo di fronte a lui, gli facciamo posare le braccia sulle nostre spalle (non attorno al collo) e appoggiamo le nostre mani sul suo dorso, all’altezza della vita. Le nostre ginocchia devono essere contro le sue e i nostri piedi bloccare i suoi. Se sentiamo che lo sforzo è eccessivo, è meglio non proseguire. La cosa migliore in tal caso è di lasciare seduto e cercare un aiuto.

Aiutare una persona a scendere dal letto:

Aiutiamolo a spostarsi verso il bordo del letto, dalla parte dove siamo noi. Facciamogli sollevare le gambe e facciamogliele spostare fuori dal letto, fino a che si metta seduto con i piedi appoggiati saldamente a terra. Procediamo poi come per aiutarlo ad alzarsi dalla sedia.

 

Aiutare una persona ad alzarsi da terra

Se invece si trova a terra in seguito a una caduta, accertiamoci anzitutto che non si sia fatto male. Se pensiamo che sia ferito, dobbiamo cercare di metterlo comodo e poi cercare aiuto.

Se non è ferito possiamo aiutarlo ad alzarsi in questo modo: mettiamogli accanto una sedia robusta; aiutiamolo a inginocchiarsi e a mettere una mano sulla sedia, appoggiandosi ad essa. Ora con una mano afferriamo la sua e con l’altra prendiamolo sotto il braccio vicino al tronco; poi incoraggiamolo a fare pressione con la mano che tiene appoggiata sulla sedia, mentre noi lo aiuteremo ad alzarsi in piedi.

Se ci riesce difficile, è meglio non insistere perché potremmo fargli più male che bene. Se è incapace di collaborare o è troppo pesante (e il pavimento è caldo e confortevole), gli daremo una coperta e un cuscino e lo lasceremo lì finché non avremo trovato aiuto.

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La comunicazione

 

Comunicazione

 

Era difficile capire che cosa facesse inquietare mio marito. Non era capace di dirlo. Poi, al momento di andare a letto, mi accorsi che aveva un dito del piede gonfio e infiammato.

“Un’altra bella giornata”, diceva spesso la mia mamma quando scendeva per colazione, mentre magari fuori pioveva. E io le dicevo semplicemente: «Allora ti senti bene?»

 

I malati di Alzheimer manifestano difficoltà di comunicazione, che tendono col tempo a diventare sempre più gravi. Il termine “afasia” si usa spesso per indicare la difficoltà o la perdita della facoltà di capire la lingua parlata e scritta, come conseguenza del deterioramento del corrispondente centro nervoso (la parte del cervello responsabile della comunicazione). Gli esseri umani comunicano fra di loro mediante la parola, col linguaggio del corpo, usando segni, immagini o simboli e mediante la scrittura, quindi nelle tre seguenti sezioni:

 

  • comunicazione verbale
  • comunicazione non verbale e contatto fisico
  • lettura, scrittura e immagini/simboli.

 

Comunicazione verbale

Con il graduale peggioramento del linguaggio, possono sorgere difficoltà di comunicazione che portano a frustrazione, confusione e talvolta persino a reazioni di rabbia. Se i bisogni e i desideri del malato non vengono soddisfatti, se gli altri interpretano male il suo comportamento, egli può cominciare a provare un senso crescente di isolamento. L’incapacità di comunicare in modo adeguato può essere causa di imbarazzo, specialmente se gli errori vengono rimarcati. In realtà, non è raro che il malato di demenza cominci ad usare un linguaggio meno complesso (frasi più corte e/o un vocabolario limitato), prenda meno parte alla conversazione, si rinchiuda progressivamente in se stesso fino al punto di smettere completamente di parlare.

Anche in chi assiste crescerà la frustrazione per non poterlo aiutare, lo sconcerto per il suo comportamento e la nostalgia delle lunghe conversazioni che si facevano una volta. Ci sono numerose soluzioni pratiche che possiamo adottare per migliorare la comunicazione, mantenendo sempre equilibrio e naturalezza: il nostro atteggiamento sereno e l’incoraggiamento sono gli elementi più importanti.

 

Come facilitare la comunicazione verbale?

 

  • Cercare di adottare un approccio positivo
  • Sedersi di fronte al malato e cercare di incoraggiarlo a parlare
  • Cercare di cogliere l’emozione che esprime
  • Evitare di sottolineare inutilmente gli errori
  • Cercare di dargli aiuto e adattare il proprio stile di linguaggio
  • Assicurarsi che la comunicazione non sia ostacolata da problemi fisici

 

Con la pazienza, la calma e un atteggiamento non critico, è più facile ottenere dal malato un livello di comunicazione accettabile, evitando imbarazzo e vergogna. È meglio che siamo noi a prendere l’iniziativa parlandogli di qualcosa di interessante. Possiamo anche cercare di coinvolgerlo in conversazioni con altre persone. Anche quando il malato di demenza comincia a usare uno stile di linguaggio più semplice e frasi più corte, è importante non trattarlo come un bambino, o in maniera troppo condiscendente, o – peggio ancora – parlare di lui come se fosse assente.

Spesso, le parole che si usano e lo stile del linguaggio sono molto meno importanti delle emozioni che si esprimono. Evitiamo pertanto di stigmatizzare gli errori, ma cerchiamo piuttosto di capire e di rispondere a ciò che secondo noi il malato ha voluto dire e a ciò che prova in quel momento.

 

Come avvicinare il malato di demenza?             

  • Stargli molto vicino
  • Chiamarlo spesso con il suo nome
  • Toccare il suo corpo delicatamente
  • Mettersi di fronte a lui e alla stessa altezza
  • Stabilire un contatto con lo sguardo

Come comunicare con il malato di demenza? 

  • Parlargli con chiarezza e molto lentamente
  • Usare parole e frasi molto brevi, semplici e concrete
  • Accompagnare il linguaggio verbale con una gestualità coerente
  • Dargli un messaggio per volta
  • Usare frasi affermative

 

Poiché molti dei problemi incontrati dal malato di demenza sono in qualche modo legati alla perdita di memoria, possiamo aiutarlo ripetendo i concetti, riassumendo e richiamando cose dette in precedenza, evitando di farlo attendere se si aspetta una risposta e usando più spesso i nomi delle persone. Se ci accorgiamo che la persona non ha capito qualcosa, possiamo ripetere quello che abbiamo appena detto usando parole diverse. Ma, se abbiamo usato una frase semplice e specifica, è meglio aspettare e poi ripeterla con le stesse parole. Se ci sembra che la persona sia bloccata da una parola, possiamo dargli un suggerimento. Talvolta il malato usa una sola parola della frase in modo improprio e la chiave per capire ciò che sta cercando di dire si trova spesso in quella parola (ad es. orologio invece di tempo, zuccotto invece di cappotto o pioggia invece di acqua). Ad ogni modo, è importante essere sicuri di non enfatizzare gli eventuali problemi. Inoltre, bisogna stare attenti a non aiutare la persona prima del necessario e a non sostituirsi a lei, poiché questo ridurrebbe la motivazione a provare. È possibile che il malato abbia semplicemente bisogno di più tempo per capire quello che abbiamo detto e per rispondere. Cerchiamo allora che le nostre domande siano semplici, che la risposta richiesta sia preferibilmente un sì o un no.

 

Comunicazione non verbale e contatto fisico

Man mano che la comunicazione verbale diventa più difficile, ci accorgeremo di poter fare maggiore affidamento sulla comunicazione non verbale, come ad esempio l’inflessione e il tono della voce, lo sguardo, l’espressione del viso, il gesto, il linguaggio dei segni e il contatto fisico. I malati di demenza di solito sono bravi a interpretare questi segnali, ma spesso hanno difficoltà a interpretare i segnali più deboli con cui si fa capire a una persona che è il suo momento di intervenire nella conversazione. Di conseguenza, un malato può interferire nel discorso nel momento meno opportuno e poi non parlare quando è il suo turno, lasciando perplessi gli interlocutori che non sono al corrente del problema.

 

Come usare la comunicazione non verbale?

 

  • Fare in modo di non dare messaggi tra loro contrastanti
  • Cercare di interpretare il “linguaggio del corpo” del malato
  • Per facilitarlo a prendere la parola quando è il suo turno, cercare di mantenere il contatto visivo mentre gli parliamo e se necessario toccargli una mano
  • Dare sicurezza e sostegno mediante il contatto fisico

 

L’inflessione e il tono della voce sono di estrema importanza. Per capire quello che stiamo dicendo, Il malato di demenza si concentra su questi elementi, come pure sull’espressione del nostro viso e persino sulla postura del corpo. Questo può essere molto utile, ma può anche portare a malintesi, in particolare quando il significato delle nostre parole non corrisponde a quello del linguaggio non-verbale (per es. se diciamo “Va bene, non è colpa tua” mentre il tono della voce e l’espressione del viso indicano che non va affatto bene e che questo ci fa andare in collera). Il linguaggio non verbale può però anche aiutarci a capire quello che il malato vuol dire quando le parole gli mancano e molto possiamo comunicare attraverso uno sguardo o un sorriso, come pure coi gesti. Molte persone apprezzano il contatto fisico, che può essere un efficace mezzo di comunicazione per i malati di demenza. Si è notato che anche negli stadi più gravi della malattia, essi tendono ancora a rispondere alle voci dolci e familiari e al contatto. Perciò, anche quando il malato non è più in grado di capire, prendergli una mano o mettergli un braccio attorno alle spalle può comunicargli molto e dargli un senso di sicurezza.

 

Lettura, scrittura e immagini/simboli

A volte ci accorgiamo che il malato capisce un messaggio scritto, mentre ha difficoltà a capire quello che gli abbiamo detto; oppure riesce a leggere correttamente senza cogliere il significato di quello che legge. È in qualche modo sorprendente il fatto che, dopo che ha perso la capacità di scrivere, riesca ancora per molto tempo a scrivere il proprio nome. Molti malati capiscono le immagini e i simboli, anche se può succedere che uno stesso simbolo non abbia per tutti la stessa efficacia. Tutte queste forme di comunicazione coinvolgono diverse funzioni e abilità, che possono modificarsi col tempo e che sono diverse da persona a persona. È importante sfruttare al massimo queste forme alternative di comunicazione finché mantengono la loro efficacia.

 

Come usare la lettura, la scrittura e le immagini/simboli?

 

  • Controllare regolarmente se il malato è ancora in grado di leggere e di capire un messaggio scritto
  • Lasciare foglietti promemoria (con un solo messaggio per foglietto)
  • Usare simboli che non siano troppo astratti e associare simboli, immagini e fotografie per facilitare la comprensione di un messaggio scritto

 

Come sfruttare al meglio la lettura, la scrittura e le immagini/simboli?

Etichette auto-adesive, foglietti, lavagnette piazzati in posti strategici sono tutti espedienti validi per lasciare messaggi del tipo “Non dimenticare di chiudere a chiave la porta”. Per evitare confusione, è meglio lasciare due biglietti diversi piuttosto che scrivere due messaggi sullo stesso biglietto; è comunque opportuno non eccedere nel numero dei biglietti. Le capacità del malato si modificano con il tempo, perciò è buona norma controllare di tanto in tanto se è ancora in grado di leggere e di capire il significato delle parole. Un’altra cosa da fare è etichettare i cassetti, le credenze e le porte per indicare rispettivamente che cosa contengono e dove portano (ad es. calzini, dispensa, bagno, cucina). Tali etichette si possono completare con immagini (ad esempio simboli, fotografie, disegni, ecc.). Per esempio, sulla porta del bagno si può mettere un disegno o una rappresentazione simbolica del water con sotto la scritta “gabinetto”. Questo è particolarmente utile nei luoghi in cui convivono più malati di demenza. Tuttavia, è importante ricordare che simboli troppo astratti non sono efficaci. È meglio perciò evitare simboli moderni molto sintetici o stilizzati, che possono risultare di difficile interpretazione.

 

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Comportamento aggressivo

I malati di demenza si comportano spesso in modo aggressivo, sia verbalmente che fisicamente (anche se l’aggressività verbale è quella più comune).

Questo comportamento può metterci in grave difficoltà emotiva e pratica. È sempre importante ricordare che il comportamento aggressivo è dovuto alla malattia più che all’individuo. In questo senso non risparmia nessuno: anche persone con un carattere molto dolce possono talvolta comportarsi in modo aggressivo.

Ecco perché rimaniamo sconvolti e sconcertati. Diverse sono le cause che possono scatenare l’aggressività, ma soprattutto la frustrazione e l’ansia. Tuttavia, la causa più comune è la paura; si tratta quindi di una naturale reazione difensiva contro la falsa percezione di un pericolo o di una minaccia. Non sempre si riesce a prevenire l’aggressività, bisogna però cercare di ridurre al minimo le conseguenze per sé e per gli altri.

Come affrontare un comportamento aggressivo?

  • Mantenere un atteggiamento calmo e rassicurante

È importante cercare di rimanere calmi, per non perdere il controllo della situazione. Certamente non sarà facile, soprattutto se il malato di demenza ci urla contro o si comporta in modo minaccioso. Non dobbiamo dimenticare che gli agiti e le parole non sono volutamente diretti contro di noi. Può darsi che il malato sia spaventato o arrabbiato e abbia soltanto bisogno di essere rassicurato, con le parole, con la dolcezza e spiegandogli cosa sta succedendo.

  • Cercare di distrarre il malato

Talvolta è possibile bloccare un comportamento aggressivo distraendo il malato. Ad esempio, possiamo proporgli di andare a bere qualcosa insieme, di andare da qualche parte o di fare qualcosa che a lui piace.

    • Evitare gli atteggiamenti di sfida e i tentativi di coercizione fisica
    • Badare alla propria incolumità (fare in modo di avere una via di fuga)
    • Parlare dell’accaduto e dei propri sentimenti con una persona di fiducia
    • Informare il medicoComportamenti da evitare
    • atteggiamenti di sfida e discussioni
    • mostrarsi offesi
    • provocare fisicamente
    • stuzzicare o deridere
    • bloccarlo con la forza
    • metterlo con le spalle al muro
    • non dargli spazio sufficiente
    • lottare per liberarsi dalla sua stretta

Badare alla propria incolumità
Il malato di demenza può essere molto più forte di quanto ci si possa aspettare, specialmente quando si sente minacciato. Bisogna perciò essere sicuri di avere una via di fuga e usarla se necessario. Sarebbe opportuno trovare una persona esperta che ci insegni come ci si può liberare da una presa stretta. Se eseguita con delicatezza, questa manovra potrebbe trasformarsi in un gesto protettivo, oltre che darci sicurezza e maggiore tranquillità.

Non c’è nulla di male a preoccuparsi di se stessi. Quando rassicurazione e distrazione non funzionano, non rimane molto da fare. Lasciando la stanza, non soltanto daremo al malato il tempo e lo spazio per calmarsi, ma garantiremo la nostra incolumità personale.
Parlare dell’accaduto e informare un medico

Se si verifica un episodio di aggressione, è meglio parlarne con una persona di fiducia, anche se pensiamo di aver gestito bene la situazione. Qualcosa che il malato ha detto o fatto si può insinuare nella nostra mente, o forse ci preoccupa come riusciremo ad affrontare la situazione in futuro.

L’incidente può anche aver risvegliato ricordi di esperienze precedenti. Se il problema diventa incontrollabile o la paura prevale, non dobbiamo esitare a consultare un medico, che può essere in grado di consigliarci e – se necessario – prescrivere dei farmaci.

Come prevenire un comportamento aggressivo
Cercare di scoprirne la causa, per impedire che si ripeta
Ansia, paura, agitazione, nervosismo, rabbia e frustrazione sono tutti stati d’animo che possono scatenare un comportamento aggressivo.

    • Tuttavia, come accade per altri problemi, non è sempre possibile impedire al malato di comportarsi in modo aggressivo e non sarà certamente colpa nostra se questo a volte succede.
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Assistenza domiciliare

 Ageing in place: invecchiare bene a casa propria                            

E’ stato dimostrato come, per ragioni sia economiche che psicologiche, sia più vantaggioso assistere gli anziani in casa loro piuttosto che in istituzioni.

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Anziani, 2,5 milioni scelgono la domiciliarità: ecco come cambia l’assistenza

ROMA – Case di riposo, assistenti familiari, assegni di cura, assistenza domiciliare: in Italia 2,5 milioni di anziani ricorrono alla domiciliarità, mentre poco più di 278 mila trovano assistenza nelle strutture.

Un modello questo che, secondo Auser, “sta mostrando forti limiti di inadeguatezza”. L’organizzazione ha monitorato il cambiamento dell’assistenza agli anziani nel nostro paese con un’indagine – “Domiciliarità e Residenzialità per l’invecchiamento attivo” – che fotografa “senza sconti” il cambiamento demografico in atto e come vengono assistiti gli anziani. La ricerca sarà presentata giovedì 9 febbraio alla Camera dei deputati.

Un cambiamento demografico, spiega Auser, che è già sotto i nostri occhi. In Italia nel 2011 le persone con più di 65 anni erano più di 12 milioni, il 20,5 per cento del totale della popolazione. E secondo i dati Eurostat siamo il paese europeo più vecchio, con oltre il 20 per cento della popolazione con oltre 65 anni. Le previsioni per il futuro, inoltre, non mostrano inversioni di tendenza: sempre secondo l’Istat, nel 2050 gli anziani saranno oltre 21 milioni, cioè il 34 per cento della popolazione.

Oltre a dati aggiornati su domiciliarità e residenzialità, il testo conterrà anche un pacchetto di proposte concrete su come affrontare l’invecchiamento della popolazione e garantire un efficace sistema di cura a lungo termine per gli anziani di oggi e per quelli di domani. Una serie di proposte che vanno dall’esigenza di rendere le città “amiche degli anziani”, a partire dalle abitazioni e passando per i quartieri, al garantire risorse adeguate agli enti territoriali e una serie di servizi e facilitazioni che possano rendere migliore la vita degli anziani.

A presentare lo studio, nella cornice della sala Aldo Moro di Montecitorio, oltre ai presidenti di Abitare e Anziani e Auser, Marco Di Luccio e Enzo Costa, e alla curatrice Claudio Falasca, anche Edoardo Patriarca, il presidente Inps Tito Boeri, il sociologo Andrea Volterrani, il presidente Regione Lazio Nicola Zingaretti (in attesa di conferma), Ivan Pedretti, Segretario Generale Spi Cgil e Susanna Camusso, Segretaria Generale Cgil. A moderare l’incontro sarà Giovanni Anversa, giornalista Rai.

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Malati oncologici e assistenza domiciliare

Se la persona malata vive da sola oppure la sua famiglia non è nelle possibilità di provvedere alla sua assistenza, è possibile richiedere dalla ASL l’intervento dei servizi di assistenza domiciliare o un supporto delle associazioni di volontariato operanti sul territorio.

L’ AiMac, l’Associazione Italiana Malati di Cancro, fornisce, all’interno dei reparti oncologici degli ospedali, e anche online, un servizio di informazione per i malati di tumore e per le loro famiglie, concretizzando il messaggio secondo cui “L’informazione è la prima medicina”.
Per fare questo, l’associazione ha realizzato una serie di libretti e guide su come affrontare la malattia sotto vari aspetti (psicologico, terapeutico ecc.): da quello che titola “il tumore negli anziani e il ruolo del caregiver” estrapoliamo alcune informazioni per trattare il tema dell’assistenza domiciliare al malato oncologico.

L’ASSISTENZA DOMICILIARE – L’assistenza domiciliare è un servizio che rientra nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), quindi erogato dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta delle cosiddette “cure domiciliari”, ovvero percorsi assistenziali stabiliti in base al quadro clinico del paziente, che vengono forniti presso il suo domicilio. I destinatari sono persone non autosufficienti, ma anche anziani e persone con disabilità o persone con patologie croniche. Può consistere in diverse funzioni: dalla consegna dei farmaci a domicilio, alla presenza giornaliera di un medico o infermiere o quant’altro. Il servizio viene erogato con modalità diverse: dipende all’organizzazione dei servizi territoriali della propria ASL e regione.

COME CHIEDERE L’ASSISTENZA DOMICILIARE – La domanda deve essere presentata al servizio distrettuale della propria ASL da parte del malato o da chiunque si occupi di lui (familiari, medici di medicina generale, medici ospedalieri, servizi sociali, medico di famiglia). La domanda si compone di due moduli: uno da compilare dal richiedente (malato o famigliare) e l’altro dal medico curante. Successivamente, un’apposita commissione di valutazione multidisciplinare esaminerà la domanda, e in caso di parere positivo si predisporrà un piano assistenziale personalizzato.

CHI E DOVE SI PUO’ CHIEDERE ASSISTENZA – E’ importante ricordare che l’assistenza domiciliare non assicura un supporto continuativo di 24 ore, ma avviene in giorni e orari stabiliti. Dunque la situazione in cui questa assistenza può essere consigliata può essere quella nella quale il malato vive da solo ma è autosufficiente e quindi in grado di provvedere a se stesso nelle funzioni principali (ed è in grado di rimanere da solo in alcuni periodi della giornata). I servizi dell’assistenza domiciliare dipendono da regione a regione, e pertanto per conoscerne la presenza e le modalità, si consiglia di rivolgersi o all’ASL territoriale competente o, se presente, ad un Punto Unico di Accesso per l’Assistenza Domiciliare. In alternativa, è utile rivolgersi al medico di base o alle associazioni di volontariato più vicine, oppure consultare il sito AIMaC.

ALTRI SERVIZI – Diverso è il discorso se il malato oncologico non è autosufficiente o ha bisogno di una assistenza anche domestica. In quel caso la famiglia può avere la necessità di richiedere un supporto differente, come quello di una colf o di una badante.
Ricordiamo che l’assunzione di un collaboratore domestico ha una prassi da seguire, come specificato nella pagina dedicata del sito INPS. Ricordiamo in particolare che l’assunzione deve essere comunicata all’INPS tramite sito o call center entro un giorno prima dell’inizio del rapporto di lavoro. Inoltre, se l’assistente è un cittadino extracomunitario deve essere in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro non stagionale.
Chi assume un addetto all’assistenza di una persona non autosufficiente può usufruire di una detrazione dall’imposta lorda del 19% delle spese sostenute per la retribuzione degli addetti all’assistenza, fino a un massimo di 2.100 euro l’anno, a condizione che il reddito complessivo non superi i 40.000 euro.

COOPERATIVA SOSTENERTI – La Cooperativa Sostenerti, con esperienza e serietà, garantisce un supporto costante in ogni fase del rapporto con l’assistente, dalla selezione alla conclusione del rapporto di lavoro, fornendo alla famiglia un aiuto a 360°.
Accoglie e decodifica il bisogno espresso, rispondendo con tempestività ricercando e selezionando badanti competenti e professionali. Monitora l’andamento dell’assistenza e fornisce un pronto intervento in caso di ogni necessità.

Per info:
www.aimac.it
Per approfondire
La Guida Aimac “Tumore negli anziani e il ruolo dei caregiver”
Fonte:
disabili.com

Badanti: una formazione all’assistenza

Anziani soli e sempre meno autosufficienti. Storie di cronaca come quelle di badanti che picchiano o derubano le persone che avrebbe dovuto curare o su case di riposo che non rispettano gli standard minimi di sicurezza. Il tutto in un Paese che invecchia sempre di più e dove la rete dell’assistenza pubblica è a dir poco sotto dimensionata. Quanti ogni giorno si chiedono quale sia la cosa giusta da fare per i proprio parenti anziani se non si ha la possibilità di accudirli direttamente?

La soluzione più immediata, arruolare una badante. Sono più di un milione quelle che lavorano nelle famiglie italiane: figure fondamentali per l’organizzazione della vita quotidiana, ma che rivestono un ruolo delicato che richiede affidabilità e competenza. La scelta di una persona che accudisca un anziano o una persona malata non è semplice e la relazione di cura, a volte, come mostrano diversi fatti di cronaca, può degenerare in violenza, ma le famiglie troppo spesso si trovano sole nel compiere questo passo.

E se è compito delicato quello di assistere un anziano, le cose si fanno ancora più difficili quando si tratta di persone malate, come chi è affetto dal morbo di Alzheimer: soggetti fragili, la cui cura richiede grandi sensibilità e competenze. Formazione dell’assistente familiare, dunque, ma anche una rete di strutture come i centri diurni e le Unità di valutazione dell’Alzheimer sono strumenti fondamentali per dare supporto alle famiglie. Ma da questo punto di vista la situazione nel nostro Paese è molto disomogenea: ci sono regioni come Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Veneto e Toscana – spiega – che sono alla avanguardia per i servizi alle famiglie dei malati e altre in cui la carenza è totale.

Tanti enti locali, soprattutto nelle regioni più “virtuose”, hanno istituito corsi di formazione e registri dove poter trovare assistenti familiari qualificate. A Parma il centro per l’impiego si occupa di formare le badanti e analoghi corsi si svolgono, ad esempio, a Milano, Treviso, Aosta, Trieste. La provincia di Reggio Emilia ha dato vita a uno studio Diade che ha censito il problema della violenza nella relazione di cura, e anche per Paola Canova, dirigente della Provincia e tra i responsabili del progetto, “la creazione di una rete che supporti le famiglie e la formazione delle persone deputate all’assistenza sono strumenti indispensabili per individuare e prevenire gli episodi di violenza”.

Ma attenzione! La badante, a volte, si trova anche su internet. Tante sono infatti, nei siti di annunci di lavoro, le inserzioni di chi si offre come badante e di chi cerca un’assistente familiare ed esistono addirittura siti specializzati, come Professione Badante, Badanti in Italia, Agenzia Badanti, che cercano di far incontrare la domanda e l’offerta. “Il nostro obiettivo – spiega Vito Auriemma, responsabile del portale Agenzia Badanti – è quello di fornire un servizio qualificato e regolare”. “ Il progetto – racconta – è in fase ancora sperimentale e mira a creare un albo di badanti che abbiano superato i corsi di formazione degli enti locali, ma finora la risposta è stata scarsa. La maggior parte delle badanti non usa Internet e si serve di altri canali, come il passaparola, oppure si rivolge alle parrocchie, per trovare lavoro”.

In questo scenario, la Cooperativa Sostenerti dunque interviene proprio a sostegno della sicurezza dell’assistito e della sua famiglia, operando ricerche e selezioni di badanti ben accurate e scrupolose.
Una scelta oculata è quella di evitare di affidarsi a passaparola rischiosi, ma lasciare che un team di esperti in risorse umane selezioni il personale migliore per l’assistenza!

Anziani maltrattati: quando i responsabili non sono né badanti né infermieri

Non deve essere un problema squisitamente italiano se anche il Cochrane si interessa al problema dei maltrattamenti e agli abusi sugli anziani. Alcune ricerche stimano che il problema interessi un anziano su dieci, un problema globale: atti singoli o reiterati di violenza fisica, psicologica o verbale, incuria o abbandono a danno di persone fragili a causa della loro età.

Ed è un errore pensare che a perpetrare questi comportamenti siano badanti o personale di residenze sanitarie: le ricerche infatti rivelano che i persecutori sono nella maggior parte dei casi gli stessi parenti, figli in particolare. Abbandono, maltrattamenti, umiliazioni, botte ma anche abusi sessuali, economici e frodi sono ciò che può avvenire dietro a porte ben chiuse e che rende difficile e complesso squarciare un velo doloroso. Anziani spesso non autosufficienti, affetti da demenza vittime silenti. Situazioni talmente diffuse che un team Cochrane, un network internazionale indipendente che riunisce ricercatori e persone che hanno come interesse la salute delle popolazioni, ha messo a punto programmi specifici per prevenire e ridurre questi abusi odiosi.

La società americana di gerontologia ha iniziato con l’identificare i fattori di rischio e i segni che possono rivelare ai maltrattamenti: evidenza di tensioni, atteggiamento di paura, cambiamenti nel comportamento nell’anziano come aggressività o chiusura, evidenza di contusioni, lividi, fratture, stato confusionale determinato presumibilmente da un abuso di tranquillanti, ma anche segni sui polsi e occhiali rotti. Sono “red flag” anche disidratazione e malnutrizione, piaghe da decubito e condizioni igieniche scarse che possono saltare all’occhio dei sanitari ad esempio di una visita a domicilio o di un ricovero.

Perché accade? In molti casi le persone si trovano ad accudire un genitore o una persona anziana senza averne le risorse psicologiche, emotive, motivazionali o economiche. Le responsabilità possono essere molto stressanti e aprire la via a sindromi da stress come quella da burn out con una escalation di rabbia e rancore che può assumere una deriva patologica. Una giustificazione? Certamente no, ma l’evidenza che non tutti sono adatti o hanno la capacità fisica o intellettuale per assumersi una simile responsabilità, talora per anni. Sono a maggior rischio le situazioni in cui la malattia è grave, il paziente ha uno stato di demenza avanzato e quando la coppia familiare non ha sufficiente supporto sociale e rimangono soli la maggior parte del tempo entrando in una spirale di desolazione.

Anche quando l’abuso avviene in una casa di risposo o una struttura, l’anziano spesso non denuncia, teme ritorsioni o che nessuno si prenderà cura di lui, mentre in altri casi arriva a incolpare se stesso e a credere di meritare ciò che gli sta accadendo. Ci si interroga quindi sulla possibilità o la necessità di porre delle telecamere di sorveglianza in scuole, istituti, residenze assistenziali e ovunque ci siano soggetti fragili che possono essere oggetto di maltrattamenti. L’avvocato Salvatore Frattallone, penalista e esperto in diritto della privacy a Padova e Roma, spiega ciò che è legale allo stato attuale secondo le norme.

Come si pone il Garante della privacy?
“Il Garante per la protezione dei dati personali ha ritenuto che l’impiego di sistemi di videosorveglianza deve risultare effettivamente necessario e proporzionato agli scopi che si intendono perseguire, tanto più quando si tratta di dispositivi particolarmente invasivi come le webcam, inoltre sino a prova contraria va salvaguardata anche la dignità dei lavoratori per i quali la legge vieta l’uso di mezzi di controllo a distanza.

Tuttavia, quando si tratti non di contestare al lavoratore semplici mancanze disciplinari (per le quali è sufficienti dar corso alle adeguate informative nei confronti dei dipendenti come prevede il codice privacy, evitando controlli occulti), ma di perseguire reati e di raccoglierne le prove, allora lo stesso datore di lavoro, in particolare dopo il jobs act, ha il potere di correre ai ripari, raccogliendo le immagini degli illeciti del lavoratore, mediante i c.d. controlli difensivi, legittimati dalla stessa Cassazione” conclude il legale.

Fonte: Johann Rossi Mason per Huffingpost

Pensieri di vita. Ecco cosa dicono gli anziani

Gli anziani italiani sono soddisfatti della loro esistenza, ma meno rispetto ai loro coetanei europei. La vita viene infatti considerata una “fonte di piacere” dal 70% degli over 60 del Belpaese, contro il 78% dei cittadini francesi, tedeschi e belgi della stessa età. È quanto emerge dal sondaggio “Elderly people in Europe today” condotto dalla società di ricerca Ipsos per conto dell’Institut du Bien Vieillir Korian, che ha intervistato 8.269 persone residenti in Italia, Francia, Germania e Belgio. Fra gli intervistati, 4.109 avevano un’età compresa tra i 15 e i 64 anni, mentre 4.160 erano di età pari o superiore a 65 anni.

Isolamento sociale – L’indagine ha evidenziato che il livello di benessere e la gioia di vivere degli anziani europei è elevato, ma tra gli italiani risulta più basso. Nel Belpaese solo il 47% degli ultrasessantenni si sente realizzato, rispetto al 68% di quelli esteri. Inoltre, il 33% degli italiani ammette di sentirsi solo almeno una volta al giorno e il 30% almeno un giorno su due, mentre le percentuali europee si fermano rispettivamente al 27% e al 18%.

Famiglia e rapporto di coppia – Per gli over 65 italiani la famiglia rappresenta il principale antidoto alla solitudine: l’85% cerca conforto alla nei figli – contro una media europea del 79% -, mentre il 60% nei nipoti – rispetto alla media del 57% rilevata in Francia, Germania e Belgio. In particolare, il 33% degli anziani che abitano in Italia si prende cura dei nipoti, mentre la media europea si ferma al 30%. Inoltre, mentre il 44% degli italiani sostiene economicamente figli e familiari, un dato superiore al 27% registrato tra i coetanei europei. I rapporti sentimentali, invece, sono meno vivaci: il 70% dei senior italiani dichiara di non avere più rapporti sessuali o di averne pochi.

Situazione finanziaria – Rispetto al 2014 si registra un miglioramento in questo settore: il 51% degli over 65 italiani riesce a mettere da parte un po’ di risparmi, mentre tra gli altri intervistati la media si ferma al 45%. Tuttavia, resta ancora alta (pari al 36%) la percentuale degli anziani del Belpaese che con il reddito percepito riesce a malapena ad arrivare a fine mese, mentre l’11% è costretto a utilizzare i propri risparmi. Dal sondaggio emerge che i senior italiani sono più prudenti: solo il 2% dichiara di vivere grazie a uno o più prestiti e di avere il conto in rosso, rispetto a una media europea del 4%.

Impiego delle nuove tecnologie – Gli over 60 italiani utilizzano internet di meno rispetto ai coetanei europei. Per inviare email lo usa solo il 43% degli anziani del Belpaese, mentre all’estero la percentuale raggiunge il 66%. Per cercare informazioni sul web e per partecipare alle discussioni sui forum lo utilizza solo il 31% degli italiani contro il 37% degli europei. Infine, soltanto il 31% dei senior nostrani usa i social network, rispetto al 35% degli intervistati esteri. Risulta, poi, quasi inesplorata la frontiera dell’e-commerce: il 10% degli italiani dichiara di fare acquisti sul web e il 26% gestisce online le proprie finanze, mentre a livello europeo queste percentuali si attestano rispettivamente all’11% e al 43%.

La Cooperativa Sostenerti è per questo attiva con ogni tipologia di servizio al fine di migliorare la qualità della vita di chi vive con difficoltà il periodo della terza età.
Contro isolamento sociale e solitudine, i nostri collaboratori rispondono selezionando assistenti domiciliari e badanti idonei e professionali e in grado di rispondere a ogni bisogno di cura dell’anziano.
Tutto questo a sostegno del mantenimento delle persone assistite nel proprio domicilio e in aiuto alle famiglie che non possono occuparsi direttamente di chi ha bisogno.
La presenza in casa di una badante è infatti una soluzione contro solitudine e noia e in molti casi è di aiuto nella stimolazione delle capacità cognitive degli anziani.

La Cooperativa Sostenerti si impegna per aiutare le famiglia nella ricerca e nella selezione del personale migliore!
Chiamaci per ulteriori informazioni:
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Articolo a cura di Nadia Comerci (20/09/2016)
Il Sole 24 Ore