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La comunicazione

 

Comunicazione

 

Era difficile capire che cosa facesse inquietare mio marito. Non era capace di dirlo. Poi, al momento di andare a letto, mi accorsi che aveva un dito del piede gonfio e infiammato.

“Un’altra bella giornata”, diceva spesso la mia mamma quando scendeva per colazione, mentre magari fuori pioveva. E io le dicevo semplicemente: «Allora ti senti bene?»

 

I malati di Alzheimer manifestano difficoltà di comunicazione, che tendono col tempo a diventare sempre più gravi. Il termine “afasia” si usa spesso per indicare la difficoltà o la perdita della facoltà di capire la lingua parlata e scritta, come conseguenza del deterioramento del corrispondente centro nervoso (la parte del cervello responsabile della comunicazione). Gli esseri umani comunicano fra di loro mediante la parola, col linguaggio del corpo, usando segni, immagini o simboli e mediante la scrittura, quindi nelle tre seguenti sezioni:

 

  • comunicazione verbale
  • comunicazione non verbale e contatto fisico
  • lettura, scrittura e immagini/simboli.

 

Comunicazione verbale

Con il graduale peggioramento del linguaggio, possono sorgere difficoltà di comunicazione che portano a frustrazione, confusione e talvolta persino a reazioni di rabbia. Se i bisogni e i desideri del malato non vengono soddisfatti, se gli altri interpretano male il suo comportamento, egli può cominciare a provare un senso crescente di isolamento. L’incapacità di comunicare in modo adeguato può essere causa di imbarazzo, specialmente se gli errori vengono rimarcati. In realtà, non è raro che il malato di demenza cominci ad usare un linguaggio meno complesso (frasi più corte e/o un vocabolario limitato), prenda meno parte alla conversazione, si rinchiuda progressivamente in se stesso fino al punto di smettere completamente di parlare.

Anche in chi assiste crescerà la frustrazione per non poterlo aiutare, lo sconcerto per il suo comportamento e la nostalgia delle lunghe conversazioni che si facevano una volta. Ci sono numerose soluzioni pratiche che possiamo adottare per migliorare la comunicazione, mantenendo sempre equilibrio e naturalezza: il nostro atteggiamento sereno e l’incoraggiamento sono gli elementi più importanti.

 

Come facilitare la comunicazione verbale?

 

  • Cercare di adottare un approccio positivo
  • Sedersi di fronte al malato e cercare di incoraggiarlo a parlare
  • Cercare di cogliere l’emozione che esprime
  • Evitare di sottolineare inutilmente gli errori
  • Cercare di dargli aiuto e adattare il proprio stile di linguaggio
  • Assicurarsi che la comunicazione non sia ostacolata da problemi fisici

 

Con la pazienza, la calma e un atteggiamento non critico, è più facile ottenere dal malato un livello di comunicazione accettabile, evitando imbarazzo e vergogna. È meglio che siamo noi a prendere l’iniziativa parlandogli di qualcosa di interessante. Possiamo anche cercare di coinvolgerlo in conversazioni con altre persone. Anche quando il malato di demenza comincia a usare uno stile di linguaggio più semplice e frasi più corte, è importante non trattarlo come un bambino, o in maniera troppo condiscendente, o – peggio ancora – parlare di lui come se fosse assente.

Spesso, le parole che si usano e lo stile del linguaggio sono molto meno importanti delle emozioni che si esprimono. Evitiamo pertanto di stigmatizzare gli errori, ma cerchiamo piuttosto di capire e di rispondere a ciò che secondo noi il malato ha voluto dire e a ciò che prova in quel momento.

 

Come avvicinare il malato di demenza?             

  • Stargli molto vicino
  • Chiamarlo spesso con il suo nome
  • Toccare il suo corpo delicatamente
  • Mettersi di fronte a lui e alla stessa altezza
  • Stabilire un contatto con lo sguardo

Come comunicare con il malato di demenza? 

  • Parlargli con chiarezza e molto lentamente
  • Usare parole e frasi molto brevi, semplici e concrete
  • Accompagnare il linguaggio verbale con una gestualità coerente
  • Dargli un messaggio per volta
  • Usare frasi affermative

 

Poiché molti dei problemi incontrati dal malato di demenza sono in qualche modo legati alla perdita di memoria, possiamo aiutarlo ripetendo i concetti, riassumendo e richiamando cose dette in precedenza, evitando di farlo attendere se si aspetta una risposta e usando più spesso i nomi delle persone. Se ci accorgiamo che la persona non ha capito qualcosa, possiamo ripetere quello che abbiamo appena detto usando parole diverse. Ma, se abbiamo usato una frase semplice e specifica, è meglio aspettare e poi ripeterla con le stesse parole. Se ci sembra che la persona sia bloccata da una parola, possiamo dargli un suggerimento. Talvolta il malato usa una sola parola della frase in modo improprio e la chiave per capire ciò che sta cercando di dire si trova spesso in quella parola (ad es. orologio invece di tempo, zuccotto invece di cappotto o pioggia invece di acqua). Ad ogni modo, è importante essere sicuri di non enfatizzare gli eventuali problemi. Inoltre, bisogna stare attenti a non aiutare la persona prima del necessario e a non sostituirsi a lei, poiché questo ridurrebbe la motivazione a provare. È possibile che il malato abbia semplicemente bisogno di più tempo per capire quello che abbiamo detto e per rispondere. Cerchiamo allora che le nostre domande siano semplici, che la risposta richiesta sia preferibilmente un sì o un no.

 

Comunicazione non verbale e contatto fisico

Man mano che la comunicazione verbale diventa più difficile, ci accorgeremo di poter fare maggiore affidamento sulla comunicazione non verbale, come ad esempio l’inflessione e il tono della voce, lo sguardo, l’espressione del viso, il gesto, il linguaggio dei segni e il contatto fisico. I malati di demenza di solito sono bravi a interpretare questi segnali, ma spesso hanno difficoltà a interpretare i segnali più deboli con cui si fa capire a una persona che è il suo momento di intervenire nella conversazione. Di conseguenza, un malato può interferire nel discorso nel momento meno opportuno e poi non parlare quando è il suo turno, lasciando perplessi gli interlocutori che non sono al corrente del problema.

 

Come usare la comunicazione non verbale?

 

  • Fare in modo di non dare messaggi tra loro contrastanti
  • Cercare di interpretare il “linguaggio del corpo” del malato
  • Per facilitarlo a prendere la parola quando è il suo turno, cercare di mantenere il contatto visivo mentre gli parliamo e se necessario toccargli una mano
  • Dare sicurezza e sostegno mediante il contatto fisico

 

L’inflessione e il tono della voce sono di estrema importanza. Per capire quello che stiamo dicendo, Il malato di demenza si concentra su questi elementi, come pure sull’espressione del nostro viso e persino sulla postura del corpo. Questo può essere molto utile, ma può anche portare a malintesi, in particolare quando il significato delle nostre parole non corrisponde a quello del linguaggio non-verbale (per es. se diciamo “Va bene, non è colpa tua” mentre il tono della voce e l’espressione del viso indicano che non va affatto bene e che questo ci fa andare in collera). Il linguaggio non verbale può però anche aiutarci a capire quello che il malato vuol dire quando le parole gli mancano e molto possiamo comunicare attraverso uno sguardo o un sorriso, come pure coi gesti. Molte persone apprezzano il contatto fisico, che può essere un efficace mezzo di comunicazione per i malati di demenza. Si è notato che anche negli stadi più gravi della malattia, essi tendono ancora a rispondere alle voci dolci e familiari e al contatto. Perciò, anche quando il malato non è più in grado di capire, prendergli una mano o mettergli un braccio attorno alle spalle può comunicargli molto e dargli un senso di sicurezza.

 

Lettura, scrittura e immagini/simboli

A volte ci accorgiamo che il malato capisce un messaggio scritto, mentre ha difficoltà a capire quello che gli abbiamo detto; oppure riesce a leggere correttamente senza cogliere il significato di quello che legge. È in qualche modo sorprendente il fatto che, dopo che ha perso la capacità di scrivere, riesca ancora per molto tempo a scrivere il proprio nome. Molti malati capiscono le immagini e i simboli, anche se può succedere che uno stesso simbolo non abbia per tutti la stessa efficacia. Tutte queste forme di comunicazione coinvolgono diverse funzioni e abilità, che possono modificarsi col tempo e che sono diverse da persona a persona. È importante sfruttare al massimo queste forme alternative di comunicazione finché mantengono la loro efficacia.

 

Come usare la lettura, la scrittura e le immagini/simboli?

 

  • Controllare regolarmente se il malato è ancora in grado di leggere e di capire un messaggio scritto
  • Lasciare foglietti promemoria (con un solo messaggio per foglietto)
  • Usare simboli che non siano troppo astratti e associare simboli, immagini e fotografie per facilitare la comprensione di un messaggio scritto

 

Come sfruttare al meglio la lettura, la scrittura e le immagini/simboli?

Etichette auto-adesive, foglietti, lavagnette piazzati in posti strategici sono tutti espedienti validi per lasciare messaggi del tipo “Non dimenticare di chiudere a chiave la porta”. Per evitare confusione, è meglio lasciare due biglietti diversi piuttosto che scrivere due messaggi sullo stesso biglietto; è comunque opportuno non eccedere nel numero dei biglietti. Le capacità del malato si modificano con il tempo, perciò è buona norma controllare di tanto in tanto se è ancora in grado di leggere e di capire il significato delle parole. Un’altra cosa da fare è etichettare i cassetti, le credenze e le porte per indicare rispettivamente che cosa contengono e dove portano (ad es. calzini, dispensa, bagno, cucina). Tali etichette si possono completare con immagini (ad esempio simboli, fotografie, disegni, ecc.). Per esempio, sulla porta del bagno si può mettere un disegno o una rappresentazione simbolica del water con sotto la scritta “gabinetto”. Questo è particolarmente utile nei luoghi in cui convivono più malati di demenza. Tuttavia, è importante ricordare che simboli troppo astratti non sono efficaci. È meglio perciò evitare simboli moderni molto sintetici o stilizzati, che possono risultare di difficile interpretazione.

 

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Comportamento aggressivo

I malati di demenza si comportano spesso in modo aggressivo, sia verbalmente che fisicamente (anche se l’aggressività verbale è quella più comune).

Questo comportamento può metterci in grave difficoltà emotiva e pratica. È sempre importante ricordare che il comportamento aggressivo è dovuto alla malattia più che all’individuo. In questo senso non risparmia nessuno: anche persone con un carattere molto dolce possono talvolta comportarsi in modo aggressivo.

Ecco perché rimaniamo sconvolti e sconcertati. Diverse sono le cause che possono scatenare l’aggressività, ma soprattutto la frustrazione e l’ansia. Tuttavia, la causa più comune è la paura; si tratta quindi di una naturale reazione difensiva contro la falsa percezione di un pericolo o di una minaccia. Non sempre si riesce a prevenire l’aggressività, bisogna però cercare di ridurre al minimo le conseguenze per sé e per gli altri.

Come affrontare un comportamento aggressivo?

  • Mantenere un atteggiamento calmo e rassicurante

È importante cercare di rimanere calmi, per non perdere il controllo della situazione. Certamente non sarà facile, soprattutto se il malato di demenza ci urla contro o si comporta in modo minaccioso. Non dobbiamo dimenticare che gli agiti e le parole non sono volutamente diretti contro di noi. Può darsi che il malato sia spaventato o arrabbiato e abbia soltanto bisogno di essere rassicurato, con le parole, con la dolcezza e spiegandogli cosa sta succedendo.

  • Cercare di distrarre il malato

Talvolta è possibile bloccare un comportamento aggressivo distraendo il malato. Ad esempio, possiamo proporgli di andare a bere qualcosa insieme, di andare da qualche parte o di fare qualcosa che a lui piace.

    • Evitare gli atteggiamenti di sfida e i tentativi di coercizione fisica
    • Badare alla propria incolumità (fare in modo di avere una via di fuga)
    • Parlare dell’accaduto e dei propri sentimenti con una persona di fiducia
    • Informare il medicoComportamenti da evitare
    • atteggiamenti di sfida e discussioni
    • mostrarsi offesi
    • provocare fisicamente
    • stuzzicare o deridere
    • bloccarlo con la forza
    • metterlo con le spalle al muro
    • non dargli spazio sufficiente
    • lottare per liberarsi dalla sua stretta

Badare alla propria incolumità
Il malato di demenza può essere molto più forte di quanto ci si possa aspettare, specialmente quando si sente minacciato. Bisogna perciò essere sicuri di avere una via di fuga e usarla se necessario. Sarebbe opportuno trovare una persona esperta che ci insegni come ci si può liberare da una presa stretta. Se eseguita con delicatezza, questa manovra potrebbe trasformarsi in un gesto protettivo, oltre che darci sicurezza e maggiore tranquillità.

Non c’è nulla di male a preoccuparsi di se stessi. Quando rassicurazione e distrazione non funzionano, non rimane molto da fare. Lasciando la stanza, non soltanto daremo al malato il tempo e lo spazio per calmarsi, ma garantiremo la nostra incolumità personale.
Parlare dell’accaduto e informare un medico

Se si verifica un episodio di aggressione, è meglio parlarne con una persona di fiducia, anche se pensiamo di aver gestito bene la situazione. Qualcosa che il malato ha detto o fatto si può insinuare nella nostra mente, o forse ci preoccupa come riusciremo ad affrontare la situazione in futuro.

L’incidente può anche aver risvegliato ricordi di esperienze precedenti. Se il problema diventa incontrollabile o la paura prevale, non dobbiamo esitare a consultare un medico, che può essere in grado di consigliarci e – se necessario – prescrivere dei farmaci.

Come prevenire un comportamento aggressivo
Cercare di scoprirne la causa, per impedire che si ripeta
Ansia, paura, agitazione, nervosismo, rabbia e frustrazione sono tutti stati d’animo che possono scatenare un comportamento aggressivo.

    • Tuttavia, come accade per altri problemi, non è sempre possibile impedire al malato di comportarsi in modo aggressivo e non sarà certamente colpa nostra se questo a volte succede.
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Assistenza domiciliare

 Ageing in place: invecchiare bene a casa propria                            

E’ stato dimostrato come, per ragioni sia economiche che psicologiche, sia più vantaggioso assistere gli anziani in casa loro piuttosto che in istituzioni.

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Anziani, 2,5 milioni scelgono la domiciliarità: ecco come cambia l’assistenza

ROMA – Case di riposo, assistenti familiari, assegni di cura, assistenza domiciliare: in Italia 2,5 milioni di anziani ricorrono alla domiciliarità, mentre poco più di 278 mila trovano assistenza nelle strutture.

Un modello questo che, secondo Auser, “sta mostrando forti limiti di inadeguatezza”. L’organizzazione ha monitorato il cambiamento dell’assistenza agli anziani nel nostro paese con un’indagine – “Domiciliarità e Residenzialità per l’invecchiamento attivo” – che fotografa “senza sconti” il cambiamento demografico in atto e come vengono assistiti gli anziani. La ricerca sarà presentata giovedì 9 febbraio alla Camera dei deputati.

Un cambiamento demografico, spiega Auser, che è già sotto i nostri occhi. In Italia nel 2011 le persone con più di 65 anni erano più di 12 milioni, il 20,5 per cento del totale della popolazione. E secondo i dati Eurostat siamo il paese europeo più vecchio, con oltre il 20 per cento della popolazione con oltre 65 anni. Le previsioni per il futuro, inoltre, non mostrano inversioni di tendenza: sempre secondo l’Istat, nel 2050 gli anziani saranno oltre 21 milioni, cioè il 34 per cento della popolazione.

Oltre a dati aggiornati su domiciliarità e residenzialità, il testo conterrà anche un pacchetto di proposte concrete su come affrontare l’invecchiamento della popolazione e garantire un efficace sistema di cura a lungo termine per gli anziani di oggi e per quelli di domani. Una serie di proposte che vanno dall’esigenza di rendere le città “amiche degli anziani”, a partire dalle abitazioni e passando per i quartieri, al garantire risorse adeguate agli enti territoriali e una serie di servizi e facilitazioni che possano rendere migliore la vita degli anziani.

A presentare lo studio, nella cornice della sala Aldo Moro di Montecitorio, oltre ai presidenti di Abitare e Anziani e Auser, Marco Di Luccio e Enzo Costa, e alla curatrice Claudio Falasca, anche Edoardo Patriarca, il presidente Inps Tito Boeri, il sociologo Andrea Volterrani, il presidente Regione Lazio Nicola Zingaretti (in attesa di conferma), Ivan Pedretti, Segretario Generale Spi Cgil e Susanna Camusso, Segretaria Generale Cgil. A moderare l’incontro sarà Giovanni Anversa, giornalista Rai.

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Malati oncologici e assistenza domiciliare

Se la persona malata vive da sola oppure la sua famiglia non è nelle possibilità di provvedere alla sua assistenza, è possibile richiedere dalla ASL l’intervento dei servizi di assistenza domiciliare o un supporto delle associazioni di volontariato operanti sul territorio.

L’ AiMac, l’Associazione Italiana Malati di Cancro, fornisce, all’interno dei reparti oncologici degli ospedali, e anche online, un servizio di informazione per i malati di tumore e per le loro famiglie, concretizzando il messaggio secondo cui “L’informazione è la prima medicina”.
Per fare questo, l’associazione ha realizzato una serie di libretti e guide su come affrontare la malattia sotto vari aspetti (psicologico, terapeutico ecc.): da quello che titola “il tumore negli anziani e il ruolo del caregiver” estrapoliamo alcune informazioni per trattare il tema dell’assistenza domiciliare al malato oncologico.

L’ASSISTENZA DOMICILIARE – L’assistenza domiciliare è un servizio che rientra nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), quindi erogato dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta delle cosiddette “cure domiciliari”, ovvero percorsi assistenziali stabiliti in base al quadro clinico del paziente, che vengono forniti presso il suo domicilio. I destinatari sono persone non autosufficienti, ma anche anziani e persone con disabilità o persone con patologie croniche. Può consistere in diverse funzioni: dalla consegna dei farmaci a domicilio, alla presenza giornaliera di un medico o infermiere o quant’altro. Il servizio viene erogato con modalità diverse: dipende all’organizzazione dei servizi territoriali della propria ASL e regione.

COME CHIEDERE L’ASSISTENZA DOMICILIARE – La domanda deve essere presentata al servizio distrettuale della propria ASL da parte del malato o da chiunque si occupi di lui (familiari, medici di medicina generale, medici ospedalieri, servizi sociali, medico di famiglia). La domanda si compone di due moduli: uno da compilare dal richiedente (malato o famigliare) e l’altro dal medico curante. Successivamente, un’apposita commissione di valutazione multidisciplinare esaminerà la domanda, e in caso di parere positivo si predisporrà un piano assistenziale personalizzato.

CHI E DOVE SI PUO’ CHIEDERE ASSISTENZA – E’ importante ricordare che l’assistenza domiciliare non assicura un supporto continuativo di 24 ore, ma avviene in giorni e orari stabiliti. Dunque la situazione in cui questa assistenza può essere consigliata può essere quella nella quale il malato vive da solo ma è autosufficiente e quindi in grado di provvedere a se stesso nelle funzioni principali (ed è in grado di rimanere da solo in alcuni periodi della giornata). I servizi dell’assistenza domiciliare dipendono da regione a regione, e pertanto per conoscerne la presenza e le modalità, si consiglia di rivolgersi o all’ASL territoriale competente o, se presente, ad un Punto Unico di Accesso per l’Assistenza Domiciliare. In alternativa, è utile rivolgersi al medico di base o alle associazioni di volontariato più vicine, oppure consultare il sito AIMaC.

ALTRI SERVIZI – Diverso è il discorso se il malato oncologico non è autosufficiente o ha bisogno di una assistenza anche domestica. In quel caso la famiglia può avere la necessità di richiedere un supporto differente, come quello di una colf o di una badante.
Ricordiamo che l’assunzione di un collaboratore domestico ha una prassi da seguire, come specificato nella pagina dedicata del sito INPS. Ricordiamo in particolare che l’assunzione deve essere comunicata all’INPS tramite sito o call center entro un giorno prima dell’inizio del rapporto di lavoro. Inoltre, se l’assistente è un cittadino extracomunitario deve essere in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro non stagionale.
Chi assume un addetto all’assistenza di una persona non autosufficiente può usufruire di una detrazione dall’imposta lorda del 19% delle spese sostenute per la retribuzione degli addetti all’assistenza, fino a un massimo di 2.100 euro l’anno, a condizione che il reddito complessivo non superi i 40.000 euro.

COOPERATIVA SOSTENERTI – La Cooperativa Sostenerti, con esperienza e serietà, garantisce un supporto costante in ogni fase del rapporto con l’assistente, dalla selezione alla conclusione del rapporto di lavoro, fornendo alla famiglia un aiuto a 360°.
Accoglie e decodifica il bisogno espresso, rispondendo con tempestività ricercando e selezionando badanti competenti e professionali. Monitora l’andamento dell’assistenza e fornisce un pronto intervento in caso di ogni necessità.

Per info:
www.aimac.it
Per approfondire
La Guida Aimac “Tumore negli anziani e il ruolo dei caregiver”
Fonte:
disabili.com

Badanti: una formazione all’assistenza

Anziani soli e sempre meno autosufficienti. Storie di cronaca come quelle di badanti che picchiano o derubano le persone che avrebbe dovuto curare o su case di riposo che non rispettano gli standard minimi di sicurezza. Il tutto in un Paese che invecchia sempre di più e dove la rete dell’assistenza pubblica è a dir poco sotto dimensionata. Quanti ogni giorno si chiedono quale sia la cosa giusta da fare per i proprio parenti anziani se non si ha la possibilità di accudirli direttamente?

La soluzione più immediata, arruolare una badante. Sono più di un milione quelle che lavorano nelle famiglie italiane: figure fondamentali per l’organizzazione della vita quotidiana, ma che rivestono un ruolo delicato che richiede affidabilità e competenza. La scelta di una persona che accudisca un anziano o una persona malata non è semplice e la relazione di cura, a volte, come mostrano diversi fatti di cronaca, può degenerare in violenza, ma le famiglie troppo spesso si trovano sole nel compiere questo passo.

E se è compito delicato quello di assistere un anziano, le cose si fanno ancora più difficili quando si tratta di persone malate, come chi è affetto dal morbo di Alzheimer: soggetti fragili, la cui cura richiede grandi sensibilità e competenze. Formazione dell’assistente familiare, dunque, ma anche una rete di strutture come i centri diurni e le Unità di valutazione dell’Alzheimer sono strumenti fondamentali per dare supporto alle famiglie. Ma da questo punto di vista la situazione nel nostro Paese è molto disomogenea: ci sono regioni come Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Veneto e Toscana – spiega – che sono alla avanguardia per i servizi alle famiglie dei malati e altre in cui la carenza è totale.

Tanti enti locali, soprattutto nelle regioni più “virtuose”, hanno istituito corsi di formazione e registri dove poter trovare assistenti familiari qualificate. A Parma il centro per l’impiego si occupa di formare le badanti e analoghi corsi si svolgono, ad esempio, a Milano, Treviso, Aosta, Trieste. La provincia di Reggio Emilia ha dato vita a uno studio Diade che ha censito il problema della violenza nella relazione di cura, e anche per Paola Canova, dirigente della Provincia e tra i responsabili del progetto, “la creazione di una rete che supporti le famiglie e la formazione delle persone deputate all’assistenza sono strumenti indispensabili per individuare e prevenire gli episodi di violenza”.

Ma attenzione! La badante, a volte, si trova anche su internet. Tante sono infatti, nei siti di annunci di lavoro, le inserzioni di chi si offre come badante e di chi cerca un’assistente familiare ed esistono addirittura siti specializzati, come Professione Badante, Badanti in Italia, Agenzia Badanti, che cercano di far incontrare la domanda e l’offerta. “Il nostro obiettivo – spiega Vito Auriemma, responsabile del portale Agenzia Badanti – è quello di fornire un servizio qualificato e regolare”. “ Il progetto – racconta – è in fase ancora sperimentale e mira a creare un albo di badanti che abbiano superato i corsi di formazione degli enti locali, ma finora la risposta è stata scarsa. La maggior parte delle badanti non usa Internet e si serve di altri canali, come il passaparola, oppure si rivolge alle parrocchie, per trovare lavoro”.

In questo scenario, la Cooperativa Sostenerti dunque interviene proprio a sostegno della sicurezza dell’assistito e della sua famiglia, operando ricerche e selezioni di badanti ben accurate e scrupolose.
Una scelta oculata è quella di evitare di affidarsi a passaparola rischiosi, ma lasciare che un team di esperti in risorse umane selezioni il personale migliore per l’assistenza!

Anziani maltrattati: quando i responsabili non sono né badanti né infermieri

Non deve essere un problema squisitamente italiano se anche il Cochrane si interessa al problema dei maltrattamenti e agli abusi sugli anziani. Alcune ricerche stimano che il problema interessi un anziano su dieci, un problema globale: atti singoli o reiterati di violenza fisica, psicologica o verbale, incuria o abbandono a danno di persone fragili a causa della loro età.

Ed è un errore pensare che a perpetrare questi comportamenti siano badanti o personale di residenze sanitarie: le ricerche infatti rivelano che i persecutori sono nella maggior parte dei casi gli stessi parenti, figli in particolare. Abbandono, maltrattamenti, umiliazioni, botte ma anche abusi sessuali, economici e frodi sono ciò che può avvenire dietro a porte ben chiuse e che rende difficile e complesso squarciare un velo doloroso. Anziani spesso non autosufficienti, affetti da demenza vittime silenti. Situazioni talmente diffuse che un team Cochrane, un network internazionale indipendente che riunisce ricercatori e persone che hanno come interesse la salute delle popolazioni, ha messo a punto programmi specifici per prevenire e ridurre questi abusi odiosi.

La società americana di gerontologia ha iniziato con l’identificare i fattori di rischio e i segni che possono rivelare ai maltrattamenti: evidenza di tensioni, atteggiamento di paura, cambiamenti nel comportamento nell’anziano come aggressività o chiusura, evidenza di contusioni, lividi, fratture, stato confusionale determinato presumibilmente da un abuso di tranquillanti, ma anche segni sui polsi e occhiali rotti. Sono “red flag” anche disidratazione e malnutrizione, piaghe da decubito e condizioni igieniche scarse che possono saltare all’occhio dei sanitari ad esempio di una visita a domicilio o di un ricovero.

Perché accade? In molti casi le persone si trovano ad accudire un genitore o una persona anziana senza averne le risorse psicologiche, emotive, motivazionali o economiche. Le responsabilità possono essere molto stressanti e aprire la via a sindromi da stress come quella da burn out con una escalation di rabbia e rancore che può assumere una deriva patologica. Una giustificazione? Certamente no, ma l’evidenza che non tutti sono adatti o hanno la capacità fisica o intellettuale per assumersi una simile responsabilità, talora per anni. Sono a maggior rischio le situazioni in cui la malattia è grave, il paziente ha uno stato di demenza avanzato e quando la coppia familiare non ha sufficiente supporto sociale e rimangono soli la maggior parte del tempo entrando in una spirale di desolazione.

Anche quando l’abuso avviene in una casa di risposo o una struttura, l’anziano spesso non denuncia, teme ritorsioni o che nessuno si prenderà cura di lui, mentre in altri casi arriva a incolpare se stesso e a credere di meritare ciò che gli sta accadendo. Ci si interroga quindi sulla possibilità o la necessità di porre delle telecamere di sorveglianza in scuole, istituti, residenze assistenziali e ovunque ci siano soggetti fragili che possono essere oggetto di maltrattamenti. L’avvocato Salvatore Frattallone, penalista e esperto in diritto della privacy a Padova e Roma, spiega ciò che è legale allo stato attuale secondo le norme.

Come si pone il Garante della privacy?
“Il Garante per la protezione dei dati personali ha ritenuto che l’impiego di sistemi di videosorveglianza deve risultare effettivamente necessario e proporzionato agli scopi che si intendono perseguire, tanto più quando si tratta di dispositivi particolarmente invasivi come le webcam, inoltre sino a prova contraria va salvaguardata anche la dignità dei lavoratori per i quali la legge vieta l’uso di mezzi di controllo a distanza.

Tuttavia, quando si tratti non di contestare al lavoratore semplici mancanze disciplinari (per le quali è sufficienti dar corso alle adeguate informative nei confronti dei dipendenti come prevede il codice privacy, evitando controlli occulti), ma di perseguire reati e di raccoglierne le prove, allora lo stesso datore di lavoro, in particolare dopo il jobs act, ha il potere di correre ai ripari, raccogliendo le immagini degli illeciti del lavoratore, mediante i c.d. controlli difensivi, legittimati dalla stessa Cassazione” conclude il legale.

Fonte: Johann Rossi Mason per Huffingpost

Pensieri di vita. Ecco cosa dicono gli anziani

Gli anziani italiani sono soddisfatti della loro esistenza, ma meno rispetto ai loro coetanei europei. La vita viene infatti considerata una “fonte di piacere” dal 70% degli over 60 del Belpaese, contro il 78% dei cittadini francesi, tedeschi e belgi della stessa età. È quanto emerge dal sondaggio “Elderly people in Europe today” condotto dalla società di ricerca Ipsos per conto dell’Institut du Bien Vieillir Korian, che ha intervistato 8.269 persone residenti in Italia, Francia, Germania e Belgio. Fra gli intervistati, 4.109 avevano un’età compresa tra i 15 e i 64 anni, mentre 4.160 erano di età pari o superiore a 65 anni.

Isolamento sociale – L’indagine ha evidenziato che il livello di benessere e la gioia di vivere degli anziani europei è elevato, ma tra gli italiani risulta più basso. Nel Belpaese solo il 47% degli ultrasessantenni si sente realizzato, rispetto al 68% di quelli esteri. Inoltre, il 33% degli italiani ammette di sentirsi solo almeno una volta al giorno e il 30% almeno un giorno su due, mentre le percentuali europee si fermano rispettivamente al 27% e al 18%.

Famiglia e rapporto di coppia – Per gli over 65 italiani la famiglia rappresenta il principale antidoto alla solitudine: l’85% cerca conforto alla nei figli – contro una media europea del 79% -, mentre il 60% nei nipoti – rispetto alla media del 57% rilevata in Francia, Germania e Belgio. In particolare, il 33% degli anziani che abitano in Italia si prende cura dei nipoti, mentre la media europea si ferma al 30%. Inoltre, mentre il 44% degli italiani sostiene economicamente figli e familiari, un dato superiore al 27% registrato tra i coetanei europei. I rapporti sentimentali, invece, sono meno vivaci: il 70% dei senior italiani dichiara di non avere più rapporti sessuali o di averne pochi.

Situazione finanziaria – Rispetto al 2014 si registra un miglioramento in questo settore: il 51% degli over 65 italiani riesce a mettere da parte un po’ di risparmi, mentre tra gli altri intervistati la media si ferma al 45%. Tuttavia, resta ancora alta (pari al 36%) la percentuale degli anziani del Belpaese che con il reddito percepito riesce a malapena ad arrivare a fine mese, mentre l’11% è costretto a utilizzare i propri risparmi. Dal sondaggio emerge che i senior italiani sono più prudenti: solo il 2% dichiara di vivere grazie a uno o più prestiti e di avere il conto in rosso, rispetto a una media europea del 4%.

Impiego delle nuove tecnologie – Gli over 60 italiani utilizzano internet di meno rispetto ai coetanei europei. Per inviare email lo usa solo il 43% degli anziani del Belpaese, mentre all’estero la percentuale raggiunge il 66%. Per cercare informazioni sul web e per partecipare alle discussioni sui forum lo utilizza solo il 31% degli italiani contro il 37% degli europei. Infine, soltanto il 31% dei senior nostrani usa i social network, rispetto al 35% degli intervistati esteri. Risulta, poi, quasi inesplorata la frontiera dell’e-commerce: il 10% degli italiani dichiara di fare acquisti sul web e il 26% gestisce online le proprie finanze, mentre a livello europeo queste percentuali si attestano rispettivamente all’11% e al 43%.

La Cooperativa Sostenerti è per questo attiva con ogni tipologia di servizio al fine di migliorare la qualità della vita di chi vive con difficoltà il periodo della terza età.
Contro isolamento sociale e solitudine, i nostri collaboratori rispondono selezionando assistenti domiciliari e badanti idonei e professionali e in grado di rispondere a ogni bisogno di cura dell’anziano.
Tutto questo a sostegno del mantenimento delle persone assistite nel proprio domicilio e in aiuto alle famiglie che non possono occuparsi direttamente di chi ha bisogno.
La presenza in casa di una badante è infatti una soluzione contro solitudine e noia e in molti casi è di aiuto nella stimolazione delle capacità cognitive degli anziani.

La Cooperativa Sostenerti si impegna per aiutare le famiglia nella ricerca e nella selezione del personale migliore!
Chiamaci per ulteriori informazioni:
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Foto: © drubig-photo – Fotolia.com
Articolo a cura di Nadia Comerci (20/09/2016)
Il Sole 24 Ore

Online una guida per aiutare gli anziani a rimanere in casa

In risposta alla flessione nei servizi di assistenza domiciliare a Roma – negli ultimi 4 anni quasi 700 persone hanno perso questo servizio e sono stati chiusi 8 centri diurni per anziani fragili – la Comunità di Sant’Egidio ha pensato di elaborare uno strumento utile alla cittadinanza per umanizzare la vita dei cittadini della Capitale, proprio a partire da quelli più anziani.
Marco Impagliazzo, presidente della Comunità, ha difatti lanciato un appello per il cambiamento di mentalità e atteggiamento nei confronti della popolazione anziana affermando la necessità di passare “dal ricovero alle cure a casa”. Soprattutto perché sono sorte negli ultimi numerose strutture “spontanee” in cui vanno a vivere gli anziani, molto spesso senza controllo: ben 3.031 posti letto che la Comunità ha potuto accertare attraverso una sua indagine.
Il presidente di Sant’Egidio ha quindi indicato, come modello replicabile, il programma “Viva gli anziani”, che dal 2004 ad oggi, nei rioni di Trastevere, Testaccio ed Esquilino, attraverso una fitta rete di monitoraggio nei confronti nelle persone anziane residenti (12 mila seguiti), è riuscito ridurre del 10 per cento il tasso di ospedalizzazione e del 50 per cento il ricovero in istituto.
Tutto ciò con una spesa di appena 81 euro ad anziano.

La guida è facilmente consultabile e scaricabile qui.

Tra le proposte che la Comunità suggerisce c’è quella del ricorso ad una badante.
Qualora gli impegni familiari e lavorativi dunque non permettano di assistere direttamente i più anziani del nucleo, ricorrere ad un aiuto esterno è comunque preferibile al ricovero in struttura.
Per questo la Cooperativa Sostenerti è attiva nella selezione di personale qualificato e competente da impiegare per assistenza domiciliare o ospedaliera, garantendo alla famiglia tranquillità e sicurezza.

Caregiver e anziani: andare in vacanza non vuol dire abbandonare

Durante l’estate è giusto e necessario anche prendersi una pausa dall’assistenza della persona anziana

In questo periodo estivo le famiglie che si occupano in maniera continua dell’assistenza (totale o parziale) di una persona anziana, così come le badanti che se ne prendono cura, possono sentire più forte la necessità di prendere fiato, di fermarsi un momento per recuperare le energie che – e sono tante – servono per prendersi cura di una persona non più giovane, sia essa autosufficiente o non. Ma questo legittimo desiderio e bisogno può cozzare con un senso di colpa ingiustificato; tuttavia prendersi una pausa significa in un certo modo voler bene alla persona anziana: ci vuole mente lucida, forza fisica e resistenza psicologica per essere un caregiver efficiente, e non concedersi un riposo né la cura della propria salute, significa mettere a rischio anche quella del nostro caro da assistere.
Lo stress eccessivo del caregiver, lo ricordiamo, può portare a rischi e compromissioni gravi per la propria salute; inoltre prendersi un momento di pausa non significa assolutamente dover abbandonare la persona anziana a sé stessa, poiché ci sono soluzioni che possono aiutare le famiglie in questo.

SOGGIORNI BREVI – Può aiutare, ad esempio, l’offerta che spesso propongono case di riposo e strutture assistenziali ad effettuare dei soggiorni a breve termine, non permanenti, i cosiddetti “soggiorni sollievo” ovvero delle soluzioni personalizzate di ricovero o soggiorno in una struttura sanitaria rispetto al proprio grado di autosufficienza. I ricoveri temporanei per le persone non autosufficienti possono rappresentare dei veri e propri ricoveri con assistenza 24 ore su 24 da parte di personale sanitario qualificato.
Ogni struttura e ogni comune hanno dei prerequisiti di accesso differenti, ed è pertanto necessario verificare contattandoli singolarmente.

ANZIANI NON AUTOSUFFICIENTI – Se invece la persona anziana non può essere spostata dalla propria residenza e necessita di un’assistenza domiciliare continua, allora è consigliabile rivolgersi ad un servizio professionale di assunzione badanti per una sostituzione estiva. Può anche succedere che la badante di fiducia, che già assiste la persona anziana, debba assentarsi durante periodo estivo per le ferie: in entrambi i casi ci si può rivolgere a strutture che si occupano di assunzione, selezione ma anche sostituzione temporanea di badanti.

La Cooperativa Sostenerti è da anni specializzata proprio in questo: con professionalità e serietà ricerca e selezione sul territorio romano e della provincia badanti ad ore o conviventi anche per brevi sostituzioni estive. Si viene cioè incontro al bisogno della famiglia di andare in vacanza in serenità e tranquillità, contando sulle competenze dei professionisti del settore inviati dalla Cooperativa.
Sostenerti inoltre monitora l’assistenza periodicamente e gode di un’équipe reperibile anche durante il periodo estivo, ogni giorno.

VACANZE TUTTI INSIEME – Se invece le condizioni fisiche della persona anziana sono tali da consentire una vacanza in compagnia degli altri componenti dalla famiglia, la soluzione migliore è la scelta di case vacanza adatte a famiglie con anziani, nelle quali possono ad esempio essere garantite accessibilità e/o
assistenza medica e infermieristica nel periodo estivo.

SOGGIORNI ESTIVI ANZIANI – Se la persona anziana può allontanarsi da casa e possiede anche un minimo di autonomia, una buona alternativa potrebbero essere i “soggiorni estivi” per anziani, sia proposti dal Comune di residenza, sia privati, in residenze adibite allo scopo: una via di mezzo tra un struttura assistenziale e una struttura per vacanze, dove la persona può godere di un ambiente diverso da quello familiare, in tutta sicurezza. Si tratta di residenze dove la persona anziana può mantenere la propria autonomia, non rinunciando alla propria salute e all’assistenza 24 ore su 24 da parte di infermieri e medici professionisti, ma potendosi rilassare in ambienti climatici favorevoli, dedicandosi magari ad attività organizzate, a fisioterapia e ginnastica dolce.

Fonte: Disabili.com